di Sara Cabrele 30 Maggio 2013
Slow Food Story

550 ore di girato (tranquilli, poi diventano 75 minuti), 48 interviste.

Tutto per raccontare, lo dice il titolo, la “storia di Slow Food”.

L’ho visto in anteprima, mi è parso ben fatto: montaggio e regia sono affiatati, e la trovata classica del documentario per capitoli è sostenuta da una grafica riuscita.

La voce narrante è quella di Azio Citi, pietra angolare dell’associazione e amico d’infanzia di Carlo Petrini. Lui è il meritato co-protagonista non solo del film, ma della storia intera del movimento.

Il punto di vista è volutamente partigiano: si cerca qua e là di dare spazio alle critiche che molto spesso vengono mosse a Slow Food, ma sono incisi piuttosto sparuti.

Godibile la parte iniziale, dove Stefano Sardo (regista, figlio di Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità, ndr) traccia in maniera finalmente originale le tappe che hanno portato questo gruppo di irriducibili comunisti braidesi a fondare un movimento di respiro internazionale.

Il documentario è arricchito di filmati d’epoca, anche inediti. Ne esce la Bra sessantottina, tra radio Onde Rosse e Arcigola, che diventa modello di un’Italia politicamente impegnata eppure gioviale. In cui l’impegno politico non significava necessariamente intrallazzi, ammanicamenti, spartizioni, accordicchi e quanto di più triste la nostra politica, purtroppo anche locale, ha saputo produrre negli anni a venire.

Un’Italia da nostalgia, almeno per me che non l’ho vissuta.

E in questo senso, Sardo ha ragione: “il film parla soprattutto di Bra”, e di come una cittadina piemontese sia riuscita a diventare centro di un movimento globale che ora conta più di 100mila soci in 130 Paesi del mondo.

Ne emerge un Carlin (Petrini) da leggenda, un genio visionario e carismatico.

Tuttavia, a un certo punto il film si perde, purtroppo e soprattutto quando esce dai binari della “agiografia” e si immette in quelli dell’attualità.

— Non si capisce come sia avvenuto il tanto chiacchierato divorzio con il Gambero Rosso.
— Non si capisce cosa fanno tra le mura dell’Università di Scienze Gastronomiche.
— Non si capisce come funzioni il meccanismo dei presidi e quale sia la loro ragione d’essere.

Insomma: su quello che Slow Food fa, hic et nunc, si rimane un po’ a bocca asciutta.

Il film, presentato anche a Berlino, esce oggi nelle sale italiane e certo può rappresentare un buon inizio per avvicinarsi a un’associazione che tanta parte ha nelle dinamiche globali, sociali ed economiche, relative al mondo del cibo.

Ma non basta, e forse non vuole bastare, a raccontare tutta la “Slow Food Story”.