di Prisca Sacchetti 20 Agosto 2013
Scontrino Caffè Lavena

Quando Venezia infila un’uscita arrogante, e con i turisti Venezia infila un’uscita arrogante via l’altra, mi risuonano le parole mannare di quella giornalista inglese.

A Venezia odiano il turista mordi-e-fuggi che, mentre con un occhio guarda San Marco, lascia cadere una cartaccia in ricordo del suo passaggio. Odiano i ricchi che arrivano, comprano i palazzi e poi li abitano solo pochi mesi l’anno. E odiano quelli che arrivano con le navi da crociera, accolti da cartelli con su scritto ‘Turisti andate a casa’.”

“Se sei un turista e prendi una barca a Venezia paghi 6 euro e 50, se sei un veneziano paghi 1 euro e 10. Se sei un turista e vai al mercato, prova a scegliere un pomodoro. Te lo strappano di mano per dartene uno peggiore conservando l’altro per i veneziani.

Ho visto tutto questo coi miei stupitissimi occhi. Eppure a Venezia il turista è tollerante: il cibo fa schifo, è il peggiore in Europa, e siccome siamo in Italia non possono che farlo apposta. E poi i ristoranti chiudono tutti alle nove. Forse per la vergogna, o per il gusto di farti morire di fame. Anche se sono pieni di veneziani che mangiano felici, per te sono chiusi. Chiusi. Chiusi…

Chissà cosa direbbe la sprezzante rosbif (così i veneziani fiaccati dai luoghi comuni chiamano gli inglesi) autrice dell’articolo, di uno scontrino che da ieri, rimbalzando tra i profili di Facebook, ha stabilito ufficialmente la crisi del senso di vergogna.

Cento euro e ottanta centesimi per quattro caffè e tre amari consumati dal alcuni turisti romani sabato sera.

Il big bang comportamentale appartiene al Caffè Lavena, che, come dice il sito, sarà pure “Situato fin dal 1750 nell’angolo più soleggiato di Piazza San Marco, ai piedi della Torre dell’Orologio, di fronte alla Basilica”, ma ha applicato un supplemento musica da 42 (q-u-a-r-a-n-t-a-d-u-e) euro.

Dal locale non fanno una piega: “Ai clienti viene dato il listino nel quale sono indicati tutti i prezzi, compreso il supplemento per la musica”.

AGGIORNAMENTO delle 11:30: Secondo Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) “quei caffè sarebbero dovuti costare venti euro l’uno” (sob).

Tutto a posto, insomma, i tramortiti avventori sapevano a cosa andavano incontro. Del fatto che Venezia certifichi con puntualità irritante –e siamo nell’epoca del menu low cost persino all’Harry’s Bar, voglio dire– la terrificante centralità del denaro, non importa a nessuno.

[Crediti | Link: Guardian, Il Gazzettino, Dissapore, Corriere del Veneto. Immagine: Leggo]

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