di Adriano Aiello 9 Aprile 2014
Matteo Renzi, Vinitaly

Imponente, caotico, rumoroso, a tratti opulento, quest’anno anche inusitatamente caldo (dentro e fuori), il Vinitaly è tante cose, ma soprattutto è una precisa fotografia del mondo del vino italiano. Che non se la passa male come a volte si scrive superficialmente. Anzi, è tra i settori meno agonizzanti dell’Italietta contemporanea. La fiera poi richiede pazienza e predisposizione al sacrificio fisico, ma ripaga gran parte degli sforzi.

Per adagiarsi alla quota lamento – a cui non si può rinunciare – segnalo l’usuale dramma del telefono che non prende (ma sono orgoglioso di aver riscoperto la grandezza del GSM: niente traffico dati ma almeno riuscivo a chiamare e ricevere), la città congestionata, le code ai bagni. E la facilità inaudita di entrare a sbafo, magari con l’accredito di un altro…

Per la quota piccole e significative variazioni, invece, c’è l’apertura definitiva ai blogger. Siamo pazienti, il Vinitaly è una macchina lenta e maldestra, ma siamo passati dallo spocchioso autogol dell’accredito ai soli blogger stranieri dell’edizione scorsa, a una logica selezione nelle richieste. Peccato per il paio di lustri di ritardo. Un tempo nel quale, per dire,  Dissapore è passato da potenziale accredito blog (se fosse esistito prima) a operatore media.

info

Una cosa su cui lavorare senza dover invocare interventi divini? Rendere la mobilità in fiera umana a chi non ha nell’orientamento e nella lettura delle mappe la sua virtù più spiccata. La quantità di gente in fila agli info point grida vendetta. Se poi molti la fanno per chiedere dove sta l’azienda X, pubblicizzare meglio la comoda app della fiera non sarebbe una cattiva trovata.

gragnano

Sarà che avevo saltato la colazione e non avevo voglia di farla con il sangiovese ma il mio primo impatto quest’anno è stato con l’area food, dove dominano i produttori di olio. La salivazione però esplode sempre dove vedi qualcuno che affetta il sacro maiale e ti chiedi sempre se puoi andare a prendere la tua meritata quota di culatello o se per farlo devi investire in eccessiva socialità.  Bello lo stand de La fabbrica della Pasta di Gragnano con tanto di macchina evocativa.

Il mangiare però rimane un problema per chi ha un’agenda ricca di impegni e passare concitatamente di fronte a stand dove gente bella e ben vestita indugia in formaggio, taralli e vino ti fa ripensare alla lotta di classe. Almeno quando sei dalla parte proletaria della barricata. Infatti allo stand Cecchi mi ero dimenticato del mio fervore socialista e ho gustato con piacere il menù di Oldani abbinato al Morellino di Scansano Val delle Rose.

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Pare strano da dire ma può capitare di andare al Vinitaly e di bere poco. Sarà il caos, i troppi impegni, le distanze tra gli stand, ma capita di passare tre giorni in fiera e assaggiare solo qualche vino. A scoraggiare spesso sono le code alle grosse aziende. Tipo non ho ancora capito se da Masi venivano regalate delle bottiglie visto che la situazione era sempre quella che vedete qui sopra.

Molto più umana la situazione nell’aree meno mainstream, dove capita di bere la Valle D’Aosta più significativa, scoprire che esiste il Prosecco vegano o godersi l’area dedicati all’Irpinia, dove capita di bere il nuovo Fiano e Greco di Pietracupa alle 9 di mattina. Se poi ti regala un assaggio di qualche vecchia annata la giornata prende una buona piega.

Il premio convivialità contadina però va a Ciro Picariello, visto che nel suo angolo, alle 9.45, oltre ai suoi grandi vini, c’era anche un piatto di salame, formaggio e delle fette di casatiello.

Matteo Renzi, Vinitaly

Non sono mancati i politici a fare l’usuale bagno di flash e retorica da grande evento. E ovviamente non poteva mancare Renzi, la cui ubiquità ormai è indiscutibile. Mi sono perso le sue dichiarazioni, eppure rievocano nella mia testa come se le avessi ascoltate.

pepe

OK, ho bevuto poco ma l’invito a una verticale storica di Emidio Pepe non sono così insano da rifiutarlo. Novanta minuti preziosi nei quali ho avuto modo di conoscere anche lo storico proprietario dell’azienda (Emidio, appunto), un bellissimo vecchio silenzioso e testardo. Di quelli con la faccia da cinema e il fare semplice e schietto.

I vini poi erano in forma strepitosa: un manifesto di naturalità, coerenza e personalità con due annate sopra tutte: la 1967 e la 1985.

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E poi c’era il Vivit, la fiera nella fiera che da tre anni festeggia i vini “naturali”. Bella selezione, grande affollamento e molto entusiasmo. Ma questa cornice tematica – e anche fisica – puzza sempre un po’ di nicchia da esibire ma in modo circostanziale. Specie se molti dei produttori sono già presenti alle due manifestazioni parallele di Cerea (dove ho fatto il figo e ho bevuto solo vini francesi) e Villa Favorita.

A turbare l’atmosfera di amore contadino c’è sempre l’esuberanza di Bressan le cui esternazioni passate mietono ancora danni, visto che causano situazioni idiote tipo i fanatici di turno che gli danno di pacche sulla spalla incitandolo a continuare la sua battaglia. Peccato che, al netto di ogni considerazione politica, non si è capito quale sia la battaglia di Bressan. Il suo Schioppettino però mi piace da matti.

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A proposito di Villa Favorita: la location rimane sempre la più bella. Un po’ meno gli spazi angusti e sotterranei. Ma la grande novità dell’anno era la sala degustazione per la stampa. Meno poesia e contatto diretto coi produttori, ma la possibilità di rinchiudersi un pomeriggio a assaggiare decine di produttori non dispiace.

Tante conferme, alcune delusioni, un innamoramento (lo champagne Tarlant, Cuvee Luis) e la scoperta personale dell’anno: il Taurasi Nero Né 2008 de Il cancelliere. Gran vino!

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A proposito, a Villa Favorita quest’anno c’era anche la pizza di Esmach. E qualche buona birra. Da gustarsi doverosamente nell’area esterna.

[foto crediti: copertina: Giulia Magnani, Villa Favorita: Giovanni Corazzol, tutte le altre foto: Adriano Aiello]