di Giorgia Cannarella 31 Gennaio 2014

Nascere negli anni Novanta è significato perdersi un sacco di cose. Non ho mai potuto, per dire, scrivere un libro promettendo che avrei sposato Simon Le Bon. Mai indossate le spalline imbottite. E non per sfogare tutte le mie paturnie in una volta ma la privazione fa male: non ho mai mangiato un menù anni Ottanta come hanno fatto alla Foodie Geek Dinner.

Ardite interpretazioni di crostacei, variazioni sul tema della gelatina, filettoni megalomani. E poi panna. Gli anni di panna: panna nella pasta, sul pesce, con la carne, sopra e sotto ogni dolce.

L’inosservanza del Km zero non ci deprimeva, la colesterofobia era solo un vago presagio.

Allora avere vent’anni era sicuramente più divertente: i frutti del tuo lavoro a tempo indeterminato potevi spenderli in un menù come questo.

ANTIPASTO


cocktail gamberi

Ecco cosa significa sapere come s’inizia una cena! I gamberetti in foglia di insalata non mancavano mai. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: era il cocktail di gamberi.

Chi voleva darsi un tono ulteriore, champagne-socialist a loro insaputa, adorava le tartine al caviale (era tarocco, banali uova di lompo) o l’alternativa esotica, i vol-au-vent ripieni di polpa di granchio (tarocco pure quello).

kiwi, prosciutto

A difendere gli interessi generazionali dei futuri buongustai, non ancora ribattezzati gastrofanatici, né tantomeno foodie, s’insinuavano inedite e spericolate combinazioni.

Quali per esempio prosciutto e kiwi, negli anni Ottanta ancora ammantato da un’aura di esotismo (1 kiwi = 1.000 lire del vecchio conio).

aspic, gelatina

Quanto all’aspic, i voluminosi libri di Lisa Biondi –chi se la ricorda?– avevano insegnato alle italiane come costruirne di meravigliosi, veri capolavori architettonici che non mai avuto la venture di provare. E solo l’idea di replicarlo a casa mi spaventa più di una rettoscopia in mondovisione. Ma ditemi: era buono? Cosa diavolo ci mettevate dentro?

PRIMO


Eclissati con qualche rimpianto i leggendari tortellini panna e prosciutto, con le audaci varianti domestiche tipo panna e piselli o panna e wurstel, ho almeno saputo seguendo la leggenda che ad inventarli fu tale Cesarina Masi, proprietaria di una classica trattoria bolognese poi trasferitasi a Roma.

penne, pasta, salmone, vodka

Voi sottovalutate il danno di non aver vissuto il mito delle pennette vodka e salmone. Dicono avesse una sua ragion d’essere anche la versione schizzinosa e protovegetariana, vale a dire panna-salmone-asparagi. Specie se mescolata in un un ecumenico bis, nel senso che accontentava innovatori e tradizionalisti, con le tagliatelle paglia e fieno.

crespelle, besciamella

E le crespelle, o crêpe per i ben parlanti? Agli spinaci, ai funghi, al prosciutto, contava soprattutto che fossero ricoperte di besciamella in quantità industriale. Ah, poveri stomaci di allora.

Per non dire tutte le variazioni sul tema del risotto. Spetta a voi che c’eravate dirmi se il risotto fragole e champagne era o no un abominio gastronomico. Mentre su risotto e melone, risotto e ananas, risotto e banana stenderei il solito velo.

SECONDO


filetto pepe verde

Un nome su tutti: filetto al pepe verde. Questa volta non ho sensi di colpa, il destino me lo ha fatto incontrare . Risultato? Uno dei pochissimi piatti che ho desiderato non assaggiare MAI PIU’. Qualcuno abbia la compiacenza di suggerire ai responsabili del banco carne Esselunga di non proporlo ancora.

Resiste invece la degna comare, l’efferata tagliata rucola e grana, culto imperituro del nascente edonista palestrato.

Del tutto perse le tracce, al contrario, del cavolfiore in salsa mornay. Se sia un male o un bene, è difficile dirlo.

DOLCE


profiterol, cioccolato, panna

Profiterol. O profiterole? Ho fatto un lunghissimo training per imparare a scriverlo bene, ma dopotutto chi se ne importa, chi ha bisogno di pronunciare correttamente il nome dei bignè farciti di panna e ricoperti con il cioccolato fuso?

Quanto a opulenza, so che sarete d’accordo, può giocarsela solo con il tripudio di crema, panna e caramello di un altro immancabile classico in ogni festa che volesse darsi un tono: il Saint Honoré.

pesca melba

Esimersi dal menzionare la pesca melba significherebbe fare uno sgarbo agli anni Ottanta. La pesca era rigorosamente sciroppata, mai fresca, questo significava poter ordinare una pesca melba nel rifugio di montagna, con Last Christmas degli Wham a immortalare per sempre un fortunato incontro. Mai più trovata in nessun genere di posto, sparita, come il sex appeal di George Michael.

BEVANDE


alexander, cocktail, cacao, latte

Momento femminista, se permettete. Anche avere un cocktail da ordinare quando se ne presentava l’occasione significava emancipazione. Mi dicono che alla classica richiesta maschile: “cosa prendi?”, si poteva dare una sola risposta: Alexander. Crema di cacao e crema di latte, tanto i latticini non erano mai troppi.

Invece, simbolo del raggiunto benessere, vero stacco tra la fase “vorrei ma non posso” e l’appagamento economico era il Cartizze. Poterlo ordinare a tutto pasto, non solo nell’aperitivo Mimosa, era privilegio di pochi.

Se ci si era riempiti avidamente e scompostamente di cibo, cosa che avveniva anche e soprattutto negli spensierati anni Ottanta, bastava un bicchierino di Jagermeister, amaro a base di erbe potentissime, o un liquore al maraschino.

Le palestre che promettevano risultati pneumatici rilevanti non c’erano ancora. I corsi “Gambe e glutei” e “Pancia piatta” li avrebbero inventati solo dopo. Era molto in voga la dieta Scarsdale, ma strettamente per attempate miliardarie americane.

[Crediti | Immagini: Ricette perfette, American livewire, Pasta loves me, I diavoletti della cucina, A communal table, Saveurs etexperiences, Girls cook world, Gilardengo, L’ albero delle caramelle]