di Alessandro Morichetti 26 Luglio 2011

L’idea mi è piaciuta subito e non vedevo l’ora di provare M**Bun, trasposizione a km 0 del fast food anglosassone. Fosse un piatto dell’aristochef (© Massimo Bernardi) Massimo Bottura, il panino di M**Bun si chiamerebbe “Storia di un manzo piemontese che torna in città vestito a festa” ma qui non ci sono velleità gourmet.

Il locale all’angolo tra corso Siccardi e via Cernaia a Torino è carino, fast ma slow. Resiste il modello della catena replicabile all’infinito ma la personalizzazione è riuscita, fare il verso a McDonald’s suonando il proprio blues è una figata, McDonald’s permettendo. A ogni elemento global (cetriolino finto, Coca Cola, panino vagamente ignominioso, usa-e-getta di minima spesa e massima resa) ne corrisponde uno local, dagli ingredienti alle ricette fino alle stoviglie.

Come d’abitudine ho allestito il mio personalissimo test della digeribilità. I menù costano 9, 10, 11 euro: panino, patate fritte commestibili e bibita. Ho scelto una birra artigianale che viene dalla Val di Susa e si chiama SorA’laMA’. C’erano anche chinotto e gazzosa Lurisia, non mi pare di aver visto Coca Cola. Primo panino il M**Bun, carne e poco altro. Classico, non grasso, gustoso. Seconda scelta il Sensa cognisiun, fassone 100% e bagna caôda. Non da svenire di piacere ma sapori buoni, lo riprenderei sensa esitasiun. Doppia porzione di patate, assaggio di carne cruda nelle tre versioni piemunteisa (olio e limone), franseisa (olio, senape, capperi, acciughe), mediterranea (olio, olive, pomodorini, peperoncino) e seconda birra, questa volta la rossa M**Rusa.

Sono stato previdente e ho skippato l’ora di punta, alle 12 servizio veloce e niente coda. Paghi alla cassa e ti richiamano al bancone attraverso un telecomando a vibrazione. In cucina non c’è la brigata di Ferràn Adrià ma tanti ragazzi, a occhio tutti italiani, che assemblano panini magari con la laurea in tasca. Non mi aspettavo niente di diverso, l’assenza di stranieri in cucina è una diversità rispetto ai fast food ma decido di tenermi alla larga dalla facile sociologia del panino.

Con l’addome evidentemente non ancora logoro sono uscito insieme al mio compagno di merende per entrare nella porta accanto, la porta di Grom. Cambia radicalmente la tonalità di fondo – dal rosso in ogniddove si passa al celeste/bianco/blu – ma non la musica. Tutto è bioqualcosa, il gelato è buono, non dico meglio o peggio della gelateria x, ma buono, fatto spesso con ingredienti provenienti da Presidi Slow Food (in Piemonte capita spesso, e chi lo fa ci tiene a dirlo).

Tra menù di M**Bun gelato del Grom accanto, uno cui piacciono le cose fatte ammodino fa una pausa-pranzo effetto tonico con 15 euro.

Da M**Bun mi sono piaciuti idea e realizzazione, non mi aspettavo per niente la cucina della nonna come altri e più illustri critici, ma un’idea sostenibile alternativa all’originale, così è stato. Intorno a me famiglie, coppiette, donne in carriera, professionisti ben vestiti e turisti. Ho provato a indagare i motivi di una clientela così eterogenea, siamo pur sempre in un’agrihamburgheria, ma come detto era la giornata della sospensione della sociologia da panino, per cui lascio a voi le conclusioni.

Però, angoli si street food così, avercene in giro per l’Italia.

[Crediti | Link: Dissapore, M**Bun, Cibario, immagine: Alessandro Morichetti]