di Sara Porro 2 Luglio 2010

Qualche giorno fa ero a pranzo al ristorante insieme a un’amica e alla sua bambina di 10 mesi. Ho ordinato come dessert una deliziosa zuppa inglese (saliva finisce sulla mia tastiera mentre digito questa frase) e, all’arrivo del piatto, la piccina – che aveva appena pranzato con il suo mesto pappone – ha cominciato a protendersi in direzione del dolce e a dimenarsi in una danza di cupidigia. Autorizzata dalla mamma, le ho porto una punta di cucchiaio di crema (NIENTE PANDISPAGNA INZUPPATO NEL LIQUORE DIAMINE LO SO NON CHIAMATE I SERVIZI SOCIALI): lei ha spalancato le fauci, ha assaporato, ha sbarrato gli occhi, e mi ha guardato con completa meraviglia e delizia.

È stato buffo e rivelatore assistere a questa epifania: mondi zuccherini le si sono aperti, là, oltre le pappe con carota e patata.

Mi ha fatto pensare anche alle strade che ci portano a fare il passo successivo, quello che separa il goloso qualunque dal gourmet, già in tenera età. Per la mia esperienza, l’influenza ambientale è cruciale – anche se non mancano le conversioni tardive.

“Ambiente”, è ovvio, vuole dire tante cose. In alcuni casi significa semplicemente “benessere materiale”: l’abitudine al cibo raffinato si prende in fretta, e poi difficilmente si perde. Romina Power nelle interviste dice spesso che le sue prime parole sono state: “More Caviar” – “Ancora caviale”. Io invece una volta ho assistito a questa scena: signora della Milano bene a pranzo al ristorante con i 4 nipoti, tutti sotto i 10 anni: “Io prendo un risotto, per i bambini quattro piatti di pasta burro e parmigiano” dice al cameriere. Un minuto dopo, si affaccia in cucina: “Però che tristezza la pasta in bianco- ci mette una grattata di tartufo?”

E la strada verso il gastrofanatismo è subito spianata.

Poi c’è un’altra possibilità: i bambini gourmet perché figli di genitori gourmet. Non so come è andata per voi ma questa sarei io. Il mio primo tristellato è stato l’Espérance di Marc Meneau, a Vézelay in Borgogna, quando avevo 8 anni: mi ricordo ancora cosa ho mangiato. Patatine fritte. È vero, è accaduto: le ho chieste e il cameriere ha detto pianamente, senza muovere un muscolo della faccia: des pommes frites pour mademoiselle. Mi hanno portato delle chips sottilissime, disposte nel piatto secondo i rigidi canoni dell’ikebana. Okay, quindi nel senso strettamente gastronomico non è stata un’esperienza memorabile, ma è per farvi capire: i miei genitori, entrambi insegnanti statali, hanno sempre avuto l’alta gastronomia come unico vizio, e questo tratto della personalità è passato anche a me, insieme alle eterne domande che ne derivano:

questo mese andare alla Francescana o pagare l’affitto?

[Fonti: Foto Platforma, Whatevz.net, Esperance, immagine: Butta la pasta]