Cosa volete dalla recensione di un ristorante?

Alle 18 sei solo tu, il caffè, 3 neuroni superstiti: quando ti ricapita una situazione così privata per sbobinare i pensieri? Penso a cosa volete dalla recensione di un ristorante e magari controvoglia ma pensateci anche voi. Io sarò anche un esempio di fessaggine da entusiasmo ma leggendo Nicola, la rece che l’altro giorno ha fatto imbestialire i lettori di Dissapore, mi son sentito riscattato da un’eternità di “cucine del territorio” e “tavoli ravvicinati” e “ampie cantine”, compresa  l’imperante speleologia degli ingredienti.

Ma qualcuno ha trovato il prezzo del riscatto troppo alto, la ricerca di format innovativi nasconde notizie necessarie e può irritare più dell’assoluta mancanza di originalità.

E allora io che con le recensioni ho un rapporto tipo Red e Toby nemiciamici, approfittando di una fortunata circostanza (lo ha appena fatto il nuovo critico del Guardian, così trasmettiamo a reti unificate) vi chiedo implorante: cosa volete e cosa no, da una recensione di Dissapore?

Il voto? Nessuno lo ama perché le rece non è un verdetto tranne chi deve vendere le guide dei ristoranti (Michelin) o comunque farsi leggere, niente fa più sangue, cioè discutere e incavolare dei voti. Poi esiste un’altra scuola di pensiero: il lettore non fa il suo mestiere, non legge la rece perché si fa bastare il voto.

Tutti i piatti con tutte le foto? Ma non vi sembra una cosa da Barbosia City, al terzo questo-e-quello su letto di quello-e-quell’altro lo avvertite anche voi un sottile senso di ripulsa?

E comunque, più impressioni personali magari un po’ taglienti à la Camilla Baresani, o più cibo?

Il vino, Gesù, dove lo mettiamo il vino!

Non vi flescerebbe non sapere se il locale è pulito comprese cucine e servizi? Edoardo Raspelli non ha insegnato nulla?

E scusate, ma dissertare di musiche, opzioni vegetariane, accesso per disabili non vi pare eccessivo, son cose da guida di carta o no?

Autorevolezza, chi parla di ristoranti deve avere anni di esperienza nel settore (è la voce preferita dagli chef).

Le disavventure col parcheggio, la prenotazione, i piatti quadrati la bionda di turno, no, vero? Mi par di capire che non interessano. Più cibo meno ego, giusto?

Onesti, dettagliati e descrittivi, decisi (tornereste o no?), a volte internazionali e comunque non votanti, è così che ci volete?

Massimo Bernardi Massimo Bernardi

7 Settembre 2010

commenti (58)

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  1. Avatar Antonio Scuteri ha detto:

    Io, per fare un esempio, ho trovato molto interessante la recensione di Morichetti su Uliassi: originale nella forma e nell’approccio, ma densa di informazioni

    Sulla questione “più cibo e meno ego”: va benissimo l’ego, ma solo se è funzionale al racconto del locale e alle sensazioni che dà. Quello che di sicuro non va bene è “solo ego e niente cibo”

    Voti: mi sono indifferenti, vanno bene sia le rece con che quelle senza

    Foto ed elenco: forse sì, noiose da leggere. Ma perfette per prepararsi alla visita al ristorante. Utili, ma non indispensabili

    Impressioni personali: fondamentali

    Vino: sì (ma anche no). Non indispensabile

    Pulizia: amerei fosse citata solo in caso di NON pulizia. Altrimenti la darei per scontata

    Informazioni di servizio ecc: basta il link al sito

    1. Concordo in tutto, per mio conto aggiungerei la categoria “Servizio” citata a parte e valutata come meglio uno crede.

      Alla fine, il 90% del contatto in un posto avviene con chi ti serve e, soprattutto nel primo approccio, costituisce il biglietto da visita del locale, oltre ché essere una professionalità a parte e imprescindibile nella ristorazione di qualsiasi livello, a mio avviso.

  2. Per me il voto ci sta eccome. Sintetizza un’opinione, aiuta a gerarchizzare.

    Non vedo poi come un numeretto possa rappresentare un “verdetto” più di certe parole utilizzate.

    Ci stanno pure i dettagli e le sensazioni.
    Avere tutto insieme sarebbe l’ideale.

    1. Avatar Giampiero Prozzo ha detto:

      IL voto ha un indiscutibile fascino…però succede inevitabilmente che la comparazione di questi numeri, soprattutto se limitati da 1 a 20, crei qualche ingiustizia. Per i voti la scelta del Gambero Rosso in centesimi ponderati per fattore mi sembra quella che garantisce una certa equità. Non saprei descrivere la recensione perfetta: alle volte mi entusiasmano quelle romanzate, nelle quali il ristorante è un pretesto per parlare d’altro, cioè di storie di uomini e di posti più che di piatti altre volte mi intrigano quelle più specificatamente tecniche. Sicuramente mi annoiano quelle eccessivamente lunghe.

    2. Avatar Antonio Scuteri ha detto:

      Ecco bravo, un’altra formula è quella del racconto di uomini e luoghi, unito a quello di cibo e vini (per esempio il mood di molte delle cose che sta scrivendo negli ultimi mesi Bonilli è prprio questo)

      Però, appunto, ci devono essere entrambe le cose: se mi racconti solo persone e luoghi, ma non mi dici che cosa e come si mangia sarà magari anche una bellissima narrazione, ma non una recensione.

    3. Sul discorso dei voti: trovo abbastanza indifferente che si usino venetsimi, centesimi, stelle, forchettine o pallette. L’importante è che addetti ai lavori e appassionati, prendano il voto per quello che è e non come un giudizio universale in grado di influenzare il destino del globo terracqueo.

      Le ultime recensioni di Bonilli mi piaciono anche perchè non sono mai criptiche. E indicano sempre precisamente i prezzi.

    1. Massimo Bernardi Massimo Bernardi ha detto:

      E’ generico !!! (partecipo anch’io al festival dei punti esclamativi. Dettagliati anche i commentatori, pliz.

    2. Non è generico è preciso 😉
      Narrazione drammaturgicamente significa storie, descrizioni, atmosfere, impressioni… Insomma la vita. Con un’esempio vino al vino di soldati o viaggio in Italia di piovene, mixati con un giusto tocco del wallace di “una cosa divertente che non farò mai più”. Con gli esempi si spara in alto per poi pascolare a una dimensione più umana 😉 però idealmente è questo…
      Ciao A

    3. Alessandro non ti scoprire che il compattante lo hanno già fregato 😉

      Io però vorrei fare una domanda: ma la recensione se la gode di più chi va in quel ristorante o chi non ci va? Per i primi potrebbe essere sufficiente solo un numero o un pollice su o verso. Le uniche cose che computer e carta non possono restituire sono l’odore e il sapore.

      Un po’ di condimento: l’autorevolezza. Ma purtroppo può essere riconosciuta solo dai lettori e non può essere calata dall’alto 🙂

  3. Avatar Arturo ha detto:

    Fatele come ve pare, romanzate o meno, che parlano de storie de omini o de cibo, lunghe o corte, coi voti ma anche no; l’unica cosa è che se deve de capì come ce se magna.

  4. Avatar Legba ha detto:

    Gradirei una recensione il più possibile oggettiva.
    Se si vuole fare lo scrittore si scrivano dei romanzi (di successo).Se poi il romanziere vuole scrivere recensioni ed è organoletticamente dotato ben venga.
    Vorrei sapere il prezzo pagato per portata. Vorrei sapere il piatto più riuscito e meno riuscito. Le foto no: una foto brutta rovina il piatto (e lo raffredda o scalda) e una foto bella lo esalta (e lo raffredda o scalda).
    Mi piacerebbe sapere le quantità: quanti grammi di pasta, se i ravioli sono più di 7 (troppi?), se il petto di quaglia si mangia con una sola forchettinata.
    A quando un marchio di quantità oltre che un marchio di qualità? Che ne so, “over 70” ad indicare che in quel ristorante multistellato si serve un primo di pasta con MINIMO 70 gr di pasta?
    Se ci si alza sazi se si prende un primo, un secondo e un dolce.
    Se il personale di sale è capace di consigliarti bene, con competenza.
    Se l’addetto alla prenotazione telefonica e capace di rispondere a qualsiasi delle tue più assurde domande e se non è capace , che si informi e ti richiami. Mi piacerebbe sapere il cmp (costo medio pranzo) sul sito. Inoltre vorrei sapere al momento della prenotazione se è prevista la doggy bag.

    1. Fintanto che il metro di misura della recensione è di fatto una persona è *impossibile* che sia oggettiva.
      L’unica cosa certa è il prezzo (e a volte manco quello!)

  5. Io voglio sapere tutto (foto, vino, pulizia, musica, parcheggio, conto, impressioni dei commensali, ec ecc). Se poi la rece va giù liscia – senza mal di testa interpretativi – tanto meglio.

  6. Se possiamo permetterci un consiglio pratico, dare alle recensioni una forma comune, riconoscibile e distinta da quella degli articoli giornalistici.

    Quello che a nostro avviso fa la differenza è l’anima…la personalità della recensione: ci piace se trasmette le emozioni provate, incuriosisce (nel bene o nel male) ed è autentica e super partes.

    Il resto o è “struttura” o è “condimento”…

  7. IL voto a me non piace affatto.
    Sembra di stare a scuola, aspettando il giudizio della maestra di turno.
    Si deve parlare di ciò che si e’ mangiato poi il lettore si fa la sua idea.
    Ho visto come molti consultano le guide, da un certo numero in giù nemmeno ti leggono, e questo cosa significa che devi crepare, che non meriti i clienti. Ci sono molte situazioni ristorative semplici che per essersi imbattute su una guida hanno subito dei cambiamenti, non sempre positivi.

    1. infatti. In fin dei conti è un indicatore sintetico che lascia il tempo che trova. Utile per creare una gerarchia, ma non un opinione.

  8. Dipende.

    IMHO una recinzione non è una scheda tecnica, e quindi può contenere licenze, omissioni, e interpretazioni a favore di una maggiore coscienza evocativa, e magari rinunciando alla didascalia per cercare il contagio emotivo.

    quindi:
    1. se scrivo una scheda di servizio (guida) devo essere preciso, tecnico, completo, e rifuggire dalle ambiguità
    2. se scrivo una recinzione posso cercare di contagiare il lettore con il racconto, magari pagando qualcosa in completezza e in analisi.

    In entrambi i casi, cercando di evitare di far addormentare il lettore alla seconda riga.