di Fabrizio Pagliardi 6 Febbraio 2012

Nei miei ricordi di ragazzo le trattorie romane erano affollate da un’entità in via di estinzione: il cliente abituale. Oggi, per noi ristoratori, un cliente è abituale se viene a trovarci un paio di volte al mese; anni fa invece era praticamente quotidiano. La trattoria dove mangiava mio padre, qui a Roma, era in via Casilina vecchia, nei pressi dell’oggi chicchissimo Pigneto, allora periferia popolare riconducibile più alle immagini di “Accattone” di Pier Paolo Pasolini che alla movida dei giorni nostri.

All’ingresso c’era il tavolone con gli antipasti, emblema di abbondanza e vetrina delle trattorie. Nel menù, oltre alla classica proposta romano-abbruzzese trovavi cose come i quadrucci in brodo, la stracciatella, il minestrone o la minestra del giorno, i capellini in brodo, la pasta al pomodoro, l’aglio olio e peperoncino, la fettina ai ferri o alla pizzaiola, l’uovo a occhio di bue o al pomodoro, il pollo al forno, il pomodoro spaccato. Tutti piatti rassicuranti –la cucina di casa dell’epoca– spariti insieme al cliente abituale nei primi anni ottanta.

Il pranzo era appannaggio di operai, impiegati, negozianti come mio padre, e di tanti personaggi pittoreschi del quartiere, inclusi accattoni e teppistelli di zona.

C’era il tavolo di “baston contrario” vicino al bagno, invalido conclamato e con la pensione a 40 anni; prima aveva sbarcato il lunario buttandosi periodicamente sotto le macchine sulle strisce pedonali. Si diceva che fosse invalido perché “troppo stronzo pè vive e lavorà con gli altri”, non perché zoppo. Vicino all’entrata c’era “il tirchio” col fratello, i benestanti del quartiere che arrivavano con il furgone, cofano bucato dalla ruggine e riparato con tavole di legno tenute insieme dalle fettucce delle serrande. Poi c’era la signora col ragazzino un po’ strano, ma per lei era solo capriccioso, non ha fatto in tempo a rendersene conto prima che la ammazzasse con l’accetta da pompiere.

Sempre le stesse facce. Sempre agli stessi tavoli.

La sera niente operai o impiegati, c’erano le coppie e le famiglie con i bambini. Altri habitué: vedovi, scapoli e pendolari che tornavano a casa il venerdì. Quasi tutti uomini, si salutavano tra loro scambiando poche parole senza mai condividere il tavolo, che restava uno spazio privato. Mi ricordo una coppia di anziani, per 2 anni si erano parlavati da tavoli confinanti che finalmente decisero di unire. Ma solo dopo il matrimonio, il secondo per entrambi.

Il pagamento era un tanto al mese senza mettersi a fare conti, ridicoli e poco opportuni.

Ripenso e mi interrogo:

Se per ragioni di lavoro o semplicemente per pigrizia, dovessi cenare sempre fuori, sceglierei lo stesso posto o cambierei continuamente?

Quali piatti più da casa che da ristorante non dovrebbero mancare, insomma, quali sono oggi i piatti rassicuranti?

Forse all’inizio cambierei spesso, ma lentamente cercherei anch’io una seconda casa. E riguardo ai piatti, difficilmente potrei potrei fare a meno di un minestrone in inverno e di pane e pomodoro quando fa caldo. Dimenticavo, senza polpette non posso vivere. Non le mangerei tutti i giorni, ma se non ci fossero affilerei la mia accetta da pompiere.

Gli altri “il piatto è rotto”:
Lettera a punti sul perché dare da bere e da mangiare è una questione morale.
Non ne posso più di sentirmi dire che spendere tanto per mangiare è immorale.
Lettera aperta ai ristoratori stellati da un cliente indignato.