di mauro _zz 14 Gennaio 2013
brace, braseria

La braseria rimane nascosta in centro a Osio Sotto (BG) ma aggiunge diverse camere, per i beoni immagino, perché non capisco chi possa soggiornare in questa periferia di Bergamo, che pur nel cuor mi sta. Con la nebbia bella bassa acquista quel tocco di fascino campagnolo e quindi si parcheggia facile.

All´ingresso rimane, oltre al campanello, la poltrona da barbiere del già “Civico 17” e immagino della già “Lucanda” che ebbi la fortuna e costanza di andare a sperimentare con perenne ricordo dei tortelli, prima che facesse carriera trasferendosi al Devero Hotel di Cavenago Brianza.

Ti apre lui dopo che hai suonato, lo chef patron Luca Brasi da Clusone Valseriana, (Brasi, braceria, Braseria), ti siedi e vedi la cucina, ma senti subito lo spiedone a legna, cioè lo senti anche se non ti siedi ma insomma vabbè.

E’ cambiato tantissimo l’ambiente, dicono gli amici, mentre io dico nello stesso momento che non è cambiato affatto … mah, prima o poi mi devono spiegare se aver tolto le tovaglie equivale ad aver abbattuto 3-4 muri perché qui l’angolino di cortiletto interno si vede ancora, il muro con la cucina c’è ancora ma con un vetro e le tovaglie non ci sono più in nome di una sobria eleganza, che si apprezza.

E’ diventato “ristorante per cultori della carne nella sua espressione più pura, ancestrale” (dal sito) ma a fine serata diremo che è tornato a vivere un ottimo posto, per noi provinciali vicino e comodo, dove ci si nutre bene a tutto tondo.

la braseria, ristorantePartenza con la pancetta di cinta senese a tocchi, spadellata tra zucca agra e funghi per un accostamento tra grasso e acidità che non mi aspetto da una mano che ricordavo molto delicata. Spaesato ma contento, rimane una bocca pulita e una sensazione di “fresco” che poco avrebbe a che vedere con la pancetta.

Per evitare l’innegabile sirena dei tortelli (qui con tartufo che nel cuor non mi sta) mi butto sul riso acquerello mantecato con carciofi crudi e cotti. Il mio risotto preferito è quello che nuota nell’onda, a costante rischio di annegamento da amido. Questo rimane invece piuttosto asciutto e il carciofo troppo delicato per i miei gusti, anche se con ottimo punto di cottura. La prossima volta vado di sirene.

E poi la beata ignoranza cala su di me e con me rimane, amen. Ora: qualsiasi persona di buon senso, uomo della strada intendo, alla parola Kobe resterebbe un attimo lì, incerto sul proprio udito. Pur non avendo studiato la materia invece noi si sa che Kobe è un tipo di carne che viene massaggiata e nutrita anche con la birra. Quel che la mia ignoranza non sa è che di solito dire manzo di Kobe non significa dire che il manzo arriva da Kobe, Giappone, bensì che il medesimo viene allevato seguendo quel metodo.

Per farla breve: arriva la costatona dalla griglia e si sente davvero che il sapore, non solo la consistenza, è roba di un altro mondo. Una pazza al tavolo esprime un concetto apparentemente ridicolo: “sembra midollo !”, prima di fucilarla assaggio, e devo in qualche modo rimettere la sicura alla bocca, non ha torto, o perlomeno non ha tutti i torti. E’ da provare, inutile descriverla (la carne, non la pazza).

Chiudo con la torta al cioccolato scucchiaiata con gelato alla crema. Chiusura più che degna per una novantina di euro.

Per i fanatici del conto: attenzione, la cifra è abbondantemente falsata da una seria bottiglia di sauvignon Marian Simcic 2008.

Si torna, senz’altro.

[Link: Dissapore, La linea dell’inutile]