di Leonardo Romanelli 23 Novembre 2011

Niente è più cliché che chiamare Alice un ristorante ossessionato dalle favole di Lewis Carroll. Associarlo d’acchito al pesce è meno consueto. Ma Sandra Ciciriello e Viviana Varese non hanno problemi con le omonimie, alice è anche un pesce povero, icona perfetta per la prima che si definisce “una pescivendola” (ma è una sommelier). E pertanto, nome ideale del ristorante aperto a Milano nel 2007. A chi si chiede qual è il mestiere dell’altra, sui puntini della carta anagrafica spicca la scritta cuoca. (Quasi) Autodidatta, esempio vivente di cocciutismo, partita dai fondamentali e arrivata quest’anno alla stella Michelin.

Per dare ordine al caos delle informazioni, apettatevi di trovare tra i tavoli giovani consumatori colti, “fighetti di sinistra” si diceva un tempo. Cosa, credo, non del tutto estranea al fatto che mi sia piaciuto l’arredo dai colori tenui: cucina al piano d’entrata, dove si trova anche qualche tavolo sparso, altrimenti, sala più capiente nella parte inferiore.

Tre i menu degustazione, uno a 70 euro vezzosamente chiamato “Sandrina”, l’altro — Viviana — a 78 euro, e poi un’ampia scelta di crudi; fanno capolino nella carta piatti vegetariani, la carne e il foie gras, con diverse incursioni gradite al mio palato tra i sapori del sud.

Bello l’appetizer nella scatola di alici, non comprato di seconda mano, anche se visto altrove; piatto da sottoporre a vincolo d’assaggio il calamaro ripieno di verdure con puré rustico e salsa delicata all’acciuga. La pizza fritta con mozzarella di bufala bavarese di pomodoro, pomodorini confit salsa di basilico e scorza di limone si chiama ”Omaggio a Sofia”, ed è così buona da obbligarvi a respirare profondamente prima di continuare (ma il problema – credo di aver finalmente capito ieri sera – risiede nei nomi di certi piatti, talmente fuori-sync che li ordinersti solo per parlarne male). Melting pot da mitologia dei ristoranti moderni il risotto dove i peperoni arrostiti si uniscono alle alici, i capperi, le olive e la burrata.

Per raggiunti limiti d’età evito di chiedere l’autografo della chef dopo i tortelli con parmigiano, crema di zucca, castagne cotte e burro di Normandia, soave pausa dal pesce. E potrei continuare con le gioie del merluzzo salato abbinato al tè affumicato — trés chic — o più brutalmente inserito nell’amatriciana di pomodori gialli e puré di patate, il polpo con la patata servita in tre consistenze: crema, croccante e granita (?), il maialino con pelle croccante, crema di porri arrostiti e misto di verdure in agretto.

Dopo la piccola pasticceria rinuncio ai dolci, fastidiosamente estranei al mio orecchio per aver scoperto che la rivisitazione della pastiera napoletana si chiama “O sole mio”. Gnafaccio.

Decidete da soli se il servizio vi piace, più che professionale lascia filtrare le umane debolezze di chi, i piatti, non solo li porta, ma proprio li accudisce fino al commensale.

Alla carta, tre portate fanno 75 euro.

[Crediti | Link: Dissapore, Alice. Immagini: Food e Foodies, Facebook]