‘O Fiore Mio, la pizza prima che arrivassi tu…

Da quando ‘O Fiore Mio ha aperto a meno di 500 metri da casa mia, la pizza non è più una veloce mangiata prima del cinema, o il ritrovo della domenica sera o l’alternativa infrasettimanale quando non hai voglia di cucinare e decidi di uscire. Perché ‘O Fiore Mio, la pizzeria di Davide Fiorentini, non è solo un posto dove mangi un’ottima pizza gourmet, ma un laboratorio di idee e progetti legati al mondo della pizza e dei suoi ingredienti. E certe nuove aperture, quella di ‘O Fiore Mio risale all’ottobre del 2011, specie nelle piccole cittadine, hanno il potere di cambiare abitudini e menti.

Ma cominciamo dal principio. Siamo a Faenza, né a Milano, né a Roma, nè a Napoli. Dunque in provincia, dove capita che le proposte di ristorazione varino da trattoria della tradizione a ristorante wannabe, passando per qualche sporadica, stoica e memorabile esperienza di cucina del territorio e dove le formule nuove spiccano per originalità e temerarietà, ma bisogna andarsele a cercare. Per darvi un’idea, Faenza è praticamente equidistante da Castel Maggiore e da San Patrignano. Da Berberè e da O’Malomm.

Non lo dico a caso, ma perché il concept di ‘O Fiore Mio è quello di una pizzeria Beniamino-Bilari-Style, proprio come le due sopracitate: degustazione (otto spicchi), utilizzo di lievito madre, condimento a crudo. Ma con un’evoluzione ulteriore. Oltre al tema del lievito madre, che qui viene sviluppato utilizzando un lievito nato dalla fermentazione naturale di una Pera Ubriaca, una Pesca Regina di Ottobre e 5 giuggiole raccolte nei terreni dell’agricoltore Domenico Ghetti, (“ne abbiamo fatto uno l’anno scorso, non è certo antico ma non è importante l’antichità del lievito, piuttosto la forza che ha quando lo rinfreschi: noi lo rinfreschiamo quattro volte al giorno ed è bello vedere come risponde ogni volta e come cambia il suo modo di reagire a seconda della stagione” mi dice Davide Fiorentini. Bella “bega” penso io, che quando penso lo faccio in dialetto romagnolo, significa avere una persona che se ne occupa tutti i giorni, senza giorno di riposo…), da ‘O Fiore Mio hanno sviluppato un progetto legato all’abbinamento pizza e olio extravergine di oliva: “la pizza è per noi la migliore occasione per diffondere la cultura dell’olio d’oliva extra vergine, scrivono sulla carta“, e così ogni pizza del menù è proposta in abbinamento a un olio differente.

o fiore mio, pizzeria, faenzaNon è finita qua. E mentre assaggio una pizza ‘O Fiore Mio, con Mozzarella fior di latte, burrata pugliese, Prosciutto di Parma 24 mesi Selezione S. Ilario e impasto di farro e grano spezzato (praticamente perfetta!), Matteo Tambini, prezioso collaboratore di Davide, mi racconta di come avviene il suo compito della difficile selezione e gestione degli artigiani e la scelta delle materie prime (usano le farine del Mulino Marino e il pomodoro Terra Amore e Fantasia, per esempio) che sono poi tutte in vendita in un piccolo angolo bottega.

La pizza è un grande piatto popolare, un prodotto dell’urgenza e della semplicità, per questo motivo Davide e Matteo non si sono fatti contagiare dalla smania degli abbinamenti azzardati a cui concedono solo una pizza del menu, quella detta “La pizza dello Chef”, che dal 18 dicembre sarà interpretata dal Remo Camurani della Trattoria Strada Casale, a base di baccalà, oliva di Brisighella, capperi e aglio. Per il resto i gusti sono un viaggio nel territorio emiliano romagnolo di stagione e nella tradizione della pizza (Marinara, Bufalina, Napoletana, Romana, Salsiccia a Friarelli, la Capricciosa, per dire..)

Piatto “popolare”, ok. Ma il prezzo? Chiedo sfacciatamente quale sia la spesa media, nonostante il menu reciti in maniera trasparente ogni dettaglio (comprese le maggiorazioni in caso di utilizzo di impasti speciali come quello di farro e grano spezzato o l’impasto 7 farine con idrolisi), e la cifra si aggira attorno ai 18/20 euro per pizza+bevanda+dessert.

A proposito di bevande, in carta ci sono birre artigianali, uno champagne, vini bianchi, rossi, chinotto e gassosa Neri, coca cola e fanta (e non se ne può più degli integralisti anti-coca: almeno con la pizza, checchenediciate, la coca cola è l’abbinamento analcolico più diffuso al mondo). A mio modestissimo parere, questa pizza, non solo si sposa, direi si dichiara amore perpetuo con il Lambrusco di Sorbara DOC Vecchia Modena Premium 2011 di Chiarli. Ma questo è il mio parere, flagellatemi pure.

Matteo e DavideTorniamo a questa recensione, che anzi definirei “segnalazione”, dal momento che delle prime non ne scrivo mai e sicuramente non sarebbe questo lo stile adatto per farne, ‘O Fiore Mio non lascia poi orfani i fanatici della classica pizza napoletana e ne propone tre versioni: Margherita (pomodoro San Marzano, fior di latte e basilico fresco), Mastumieola Mastunicola (fior di latte, pecorino, battuto di lardo, pepe, basilico fresco) e ‘A pizza e scarola (fior di latte, scarola, alici, capperi, olive e pomodoro del Piennolo).

A conti fatti, quel che più mi stuzzica della proposta di questa super pizzeria, oltre alla qualità e alla goduria della pizza, è che tutto è un work in progress: la carta cambia 4 volte l’anno. Nel senso che cambia tutto: pizze, olii da abbinarvi, impasti speciali, birre e vini. Come se non bastassero le ragioni per tornarci e per apprezzare il lavoro di chi stimola le nostre menti e i nostri stomaci con così tanto impegno.

‘O Fiore Mio,
Via Mura San Marco 4/6 Faenza – la prenotazione è più che consigliata! www.ofioremio.it

[Crediti | Immagini: Facebook, Martina Liverani]

Avatar Martina Liverani

12 Dicembre 2012

commenti (18)

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  1. Avatar Paolo ha detto:

    Ma diavolo, perche’ non hai scritto questa recensione qualche giorno fa? Sono venuto a Faenza sabato scorso, per la Madonna del Torrone. Mannagg’atte’! 🙂

  2. Da una parte lieviti naturali e dall’altra l’elogio della Coca Cola. Perchè il mondo solido e quello liquido sarebbero così diversi da meritare il primo tutta la ricercadel bello&pulito, mentre il secondo può essere una spremuta di chimica?

  3. Avatar Nicolò ha detto:

    quale sarebbe il beniamino bilali style? perchè beniamino è un caro amico e collaboratore ma da questo articolo non si capisce una fava di quello che lui apporta nella pizza…

    bastava scrivere buona, era più esaustivo…

    1. Avatar Me Medesimo ha detto:

      È scritto chiaramente quale è il Beniamino-Bilari-Style: “degustazione (otto spicchi), utilizzo di lievito madre, condimento a crudo.”
      Dal momento che fai il professorino su tutto, leggi almeno con attenzione.
      In questo caso non era così difficile capire…

    2. Avatar Marco ha detto:

      Non per fare l’avvocato del diavolo, ma quello descritto sarebbe più’ corretto definirlo il Simone Padoan style, quantomento per correttezza cronologica. Ciò che rende unico lo stile di Beniamino è ben altro!

    3. Avatar Me Medesimo ha detto:

      Io non so nemmeno chi sia questo Beniamino. Ma una cosa è dire che quello non è lo stile di tale Beniamino (ti ripeto, non lo conosco e non entro nel merito), una cosa è dire, con toni oltretutto fastidiosi, che quello che c’è scritto su questo Beniamino non si capisce. Si capisce benissimo, che poi non sia corretto è un altro discorso…

    4. Avatar Marco ha detto:

      Va bene, ammetto che Nicolò sia un pochino talebano, però non ha tutti i torti! Il fatto è che sono io troppo diplomatico…

    5. Caspita Nicolò, ma tu sei amico e conosci proprio tutti-tutti. 😀

  4. Spacchiamo il capello sulle Acciughe : acciughe di cetara,acciughe del cantabrico,
    da utilizzare nel famoso antipasto natalizio di D. Oldani.Poi bisogna procurarsi le fave o da corallo o da (?) , e sulla pizza . . .siamo indulgenti.Sprofondiamo in un qualunquismo gastronomico che confonde le idee.Mischiando cose diverse.
    E facendo paragoni azzardati.Ma non mi riferisco ,chiaramente,a questo articolo.
    Ma a un fenomeno che sponsorizzato da un molino del nord in particolare,ed appoggiato da stampa e blog,ha trovato spazio in un’Italia confusa e frastornata
    che sta perdendendo le sue migliori tradizioni alla ricerca di pseudoinnovazioni
    ed inseguendo mode effimere.Dietro questo fenomeno ,ripeto,ci sono interessi in gioco ed abili strategie di marketting.
    W la vera ed unica pizza(indovinate qual’è?)

  5. Che palle co sto Mulino Marino.
    Ormai produce più tonnellate di Barilla, a giudicare dal mostruoso consumo planetario (Eataly in testa).
    Io uso farina maremmana di un mulino della valdorcia, sarà gastrofighetta ma almeno ho la sensazione di scegliere con la mia testa, eh.

    1. Si vede che non l’hai mai usata, poiché la differenza si vede e si sente. Credo comunque che per una pizza di quel tipo non sia granché indicata, ma in questo caso è un problema mio, per me la pizza tonda è napoletana o al massimo cotta nel padellino. Le altre variazioni “gourmet” me la fanno mal digerire. 15 € per una pizza, magari con un’ostrica sopra o del tartufo, mi fanno lo stesso effetto della cena all’osteria con l’arredamento Kartell, non saprei trovare analogia più calzante.

  6. era ora che arrivasse la “segnalazione” o almeno quella ufficiale, perchè tutte le volte che l’ho segnalata io m’han considerata zero. e comunque se qualcuno è passato a settembre a “chef al massimo” e ha assaggiato la pizza del Berberè bene! Lo stile è quello. San Patrignano è diversa, soprattutto oggi che i Moratti han cambiato molte cose. San Patrignano ha sempre la degustazione ma la servono anche intera al piatto per una cifra che non supera i 6 euro (la margherita) ‘o fiore mio non serve pizza intera, ma solo spicchi e quasi tutti conditi fuori. accompagnano con olii strordinari e chiedendo li mettono a parte nel piatto, perchè pucciare il mej che no. il costo è elevato, certo, ma la focaccia non si farà dimenticare. ho detto focaccia, perchè anche io sono una talebana della napoletana.

  7. Avatar Jean ha detto:

    Una pizza scarsa. Una scelta anacronistica. Caro.
    Ancora oggi a Milano Marittima si ostinano a voler aprire “boutique” di lusso che vogliono dare questo senso esclusivo di appartenenza per chi ancora ha la sensazione di permetterselo… pur non capendo quando questo stile sia obsoleto, freddo e sterile sopratutto se il piatto forte è la pizza. L’atmosfera viene sistematicamente caricata attraverso la “sapienza” memorizzata dai “Maitre de salle” che ci raccontano, intrattenendoci a lungo, tutti i segreti delle farine e prodotti usati ed effettivamente quando la pizza arriva sul nostro piatto sembra veramente buona e bella con una estetica filo napoletana. La delusione ahimè è imminente… se non fosse per un sugo di pomodoro direi strepitoso tutto il resto non è all’altezza delle aspettative presentate dal ristorante. Un impasto gommoso difficile e lungo da masticare con un retrogusto che ho trovato spiacevole e una mozzarella di bassa qualità. 10 euro il prezzo di listino di una margherita spiacevolmente consumata in un ambiente asettico con colori predominanti bianco e grigio perfettamente confezionato nel modello business del tipico e ormai stanco effetto “Franchising che funziona” e per niente affollato (e questo la dice lunga)