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Se sentendo ROSOLINO pensate solo a un cacciatore di medaglie biondo eternamente in ammollo e con gli occhi bruciati dal cloro, i casi sono due: o siete molto giovani o della gastronomia partenopea non conoscete uno dei pilastri. GIORGIO infatti, zio del paparazzatissimo acquatico, andrebbe tutelato da un’auspicabile Soprintendenza dei Beni Cul-inari, per quanto ha rappresentato nella ristorazione napoletana degli ultimi 30 anni. Ci riceve, e al momento dei dolci siede al nostro tavolo, accennando ai 34 compleanni passati a La Cantinella e raccontando con l’entusiasmo degli esordi la sterzata che con coraggio e umiltà, ha voluto imprimere attraverso la nuova brigata di cucina, giovane, internazionale e piena di buoni propositi. Tra questi: convincere la “rossa francese” a restituirgli la stella che dal 1979 per 23 anni aveva illuminato questo tratto di lungomare di fronte al Vesuvio. Missione appena compiuta.
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Dunque via le foto dei “vips” alle pareti, soprattutto politici della prima repubblica (“il Consiglio Regionale era in seduta plenaria permanente”, ricorda, “fui obbligato a sistemare un telefono sopra ogni tavolo”) e carta bianca ad Agostino Iacobucci, 29 anni da Castellamare, esperienze nei ristoranti Taverna 18 e Casa Scola inframezzate da qualche fuga all’estero. La stazza è imponente e le idee per rinnovare i piatti della tradizione locale, ormai un po’ logori, si intuiscono subito. I primi piatti giocano con le consistenze e i contrasti, la iodatura dei ricci di mare è addirittura esplosiva.
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Poi arriva il piatto della serata: pasta, piselli e gamberone. Presentazione elegante, perfetto nelle cotture, perfettamente risolto nella sua pulizia di sapori. Seguono piatti meno entusiasmanti, ma la chiusura con un babà caldo a tre lievitazioni mi costringe a paragoni impegnativi. I famosi babà di Gennaro Esposito o Alfonso Iaccarino non sono molto lontani.
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Da non sottovalutare la cantina piena di sorprese: al nostro tavolo è toccata una degustazione al bicchiere di vini campani che spaziava dall’Asprinio millesimato Caputo 2001 a uno straordinario Fiano di Avellino “Vintage 2002” Mastrobernardino, assaggio libidinoso per chi come me non crede ai vini bianchi necessariamente giovani. Abbiamo parlato di coraggio e modernità e allora saluto King George con una provocazione: Ora che la stella Michelin è arrivata con merito, possiamo fare un pensierino alla sala?