di Giampiero Prozzo 25 Novembre 2010

Se sentendo ROSOLINO pensate solo a un cacciatore di medaglie biondo eternamente in ammollo e con gli occhi bruciati dal cloro, i casi sono due: o siete molto giovani o della gastronomia partenopea non conoscete uno dei pilastri. GIORGIO infatti, zio del paparazzatissimo acquatico, andrebbe tutelato da un’auspicabile Soprintendenza dei Beni Cul-inari, per quanto ha rappresentato nella ristorazione napoletana degli ultimi 30 anni. Ci riceve, e al momento dei dolci siede al nostro tavolo, accennando ai 34 compleanni passati a La Cantinella e raccontando con l’entusiasmo degli esordi la sterzata che con coraggio e umiltà, ha voluto imprimere attraverso la nuova brigata di cucina, giovane, internazionale e piena di buoni propositi. Tra questi: convincere la “rossa francese” a restituirgli la stella che dal 1979 per 23 anni aveva illuminato questo tratto di lungomare di fronte al Vesuvio. Missione appena compiuta.

Dunque via le foto dei “vips” alle pareti, soprattutto politici della prima repubblica (“il Consiglio Regionale era in seduta plenaria permanente”, ricorda, “fui obbligato a sistemare un telefono sopra ogni tavolo”) e carta bianca ad Agostino Iacobucci, 29 anni da Castellamare, esperienze nei ristoranti Taverna 18 e Casa Scola inframezzate da qualche fuga all’estero. La stazza è imponente e le idee per rinnovare i piatti della tradizione locale, ormai un po’ logori, si intuiscono subito. I primi piatti giocano con le consistenze e i contrasti, la iodatura dei ricci di mare è addirittura esplosiva.

Poi arriva il piatto della serata: pasta, piselli e gamberone. Presentazione elegante, perfetto nelle cotture, perfettamente risolto nella sua pulizia di sapori. Seguono piatti meno entusiasmanti, ma la chiusura con un babà caldo a tre lievitazioni mi costringe a paragoni impegnativi. I famosi babà di Gennaro Esposito o Alfonso Iaccarino non sono molto lontani.

Da non sottovalutare la cantina piena di sorprese: al nostro tavolo è toccata una degustazione al bicchiere di vini campani che spaziava dall’Asprinio millesimato Caputo 2001 a uno straordinario Fiano di Avellino “Vintage 2002” Mastrobernardino, assaggio libidinoso per chi come me non crede ai vini bianchi necessariamente giovani. Abbiamo parlato di coraggio e modernità e allora saluto King George con una provocazione: Ora che la stella Michelin è arrivata con merito, possiamo fare un pensierino alla sala?