di Camilla Baresani 15 Settembre 2012
fave, cacao, cioccolato

Nel Medio Evo, gli europei amavano i piatti speziati, e le spezie erano le merci più importanti del mercato mondiale. A partire dal XVII secolo passarono di moda, e nei traffici furono soppiantate dall’ascesa di una nuova famiglia di alimenti ritenuti stimolanti e curativi: i cosiddetti “generi coloniali”, caffè, tè, cioccolata e zucchero.

Il caffè arrivava dal mondo islamico: a differenza dell’alcol non era vietato dalle norme religiose, e si riteneva che stimolasse l’intelletto. Approdato nei principali porti europei, Venezia, Marsiglia, Amsterdam e Londra, divenne una bevanda affermata e alla moda verso il 1700. Dapprima si riteneva che curasse una gran quantità di malattie, oltre a tenere svegli e fungere da antidoto contro le ubriacature.

Considerato una bevanda antierotica, stimolante solo dal punto di vista intellettuale, divenne parte della cultura puritana, dell’etica protestante, dell’operosa borghesia. In breve si passò dal caffè come bevanda alle caffetterie, dove si imbastivano traffici e commerci e si scambiavano idee.

Quanto alla cioccolata, la Chiesa ne è stata la prima importatrice. Guidati dai frati domenicani di Bartolomé de Las Casas, alcuni nobili Kekchi la portarono in dono a Filippo II, Re di Spagna. Era il 1544. All’inizio, come per il caffè, la si considerava una bevanda medicinale. La diffusione fu soprattutto nell’Europa del sud, alla corte dei Medici (consigliata dallo scienziato Francesco Redi) e nei monasteri e conventi, soprattutto quelli dei gesuiti, che facevano da collegamento tra il vecchio e il nuovo mondo.

La cioccolata fu anche oggetto di un’importante disputa teologica: se i liquidi, come stabilivano le norme religiose, non interrompevano il digiuno, era lecito berla, nonostante fosse vagamente eccitante e dunque nutritiva? Gli studiosi si applicarono alla diatriba, dividendosi tra integralisti del digiuno e liberali del cioccolato. Infine si deliberò che liquidum non frangit jejunum, e la cioccolata cominciò a essere molto ricercata nei paesi cattolici più osservanti, Spagna e Italia. Verso la fine del Seicento, caduto il ruolo di bevanda clericale, la cioccolata diventò di moda fra gli aristocratici, trasformandosi in status symbol dell’Ancien Régime.

Se il caffè era antierotico, la cioccolata era afrodisiaca, e la si sorseggiava a letto o mollemente adagiati sul canapè. Nella pittura rococò non mancavano scene di budoir o alcova con dame che bevevano cioccolata; in quella fiamminga si rappresentava la borghesia protestante al caffè, mentre intesseva traffici.

Viene da pensare che l’attuale squilibrio finanziario europeo affondi le proprie radici nella cioccolata e nel caffè.

[Crediti | Dalla rubrica “Cibo e Oltre” di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: Flickr/Landesinnung OÖ der Lebensmittelgewerbe]