di Camilla Baresani 11 Agosto 2012
vesuvio, maccheroni, don alfonso, alfonso iaccarino

Quando si parla di cibo, una brillante descrizione difficilmente riesce a competere con la vivida rappresentazione fornita da una bella fotografia. Ma con le parole si possono rendere un’atmosfera, una civiltà (o il suo contrario) e anche la suggestione degli aromi.

Celebre, tra le tante scene del Gattopardo, l’arrivo in tavola del timballo di maccheroni. Tomasi di Lampedusa se ne serve per mettere in scena le differenze sociali, oltre a togliersi il gusto di raccontare quello che sembra essere il suo piatto madeleine. Siamo a Donnafugata, durante un pranzo:

“quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, soltanto quattro su venti persone si astennero dal manifestare una lieta sorpresa: il Principe e la Principessa perché se l’aspettavano, Angelica per affettazione e Concetta per mancanza di appetito. Tutti gli altri (Tancredi compreso, rincresce dirlo) manifestarono il loro sollievo in modi diversi, che andavano dai flautati grugniti estatici del notaio allo strilletto acuto di Francesco Paolo. Lo sguardo circolare minaccioso del padrone di casa troncò del resto subito queste manifestazioni indecorose.

Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei babelici pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un vapore carico di aromi, si scorgevano poi i fegatini di pollo, gli ovetti duri, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi impigliate nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio”.

Quasi tutti i grandi romanzi contengono descrizioni di cibi e di tavole imbandite: in questo modo ogni scrittore ha finito per mettere in scena il proprio rapporto con il cibo, o con l’alcol, magari senza rendersene conto. In passato i cibi erano raccontai una volta in tavola, giacché la letteratura era soprattutto affare di uomini.

Dal momento in cui anche le donne hanno avuto accesso all’istruzione, si sono messe a scrivere romanzi, anche le tecniche di cucina sono entrate nelle narrazioni. Maria Grazia Accorsi ha pubblicato un interessante libriccino che racconta i protagonisti della letteratura nell’atto di mangiare o cucinare: “Personaggi letterari a tavola e in cucina – Dal giovane Werther a Sal Paradiso” (Sellerio, 2005).

E’ la base per cominciare a leggere con occhi diversi i romanzi: caro autore, dimmi come mangiano i tuoi personaggi, e ti dirò chi sei.

[Crediti | Dalla rubrica “Cibo e Oltre” di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: Macsanremo.com]