Per sushiettibili veri: bon ton del sushi in quattro e quattr’otto

E proprio l’altra mattina, mentre col mio solito tempismo controllavo la posta della settimana prima, sputando il caffè sullo schermo del Mac dopo l’email che mi invitava a frequentare un fantomatico corso di sushi, ecco, proprio in quel momento è arrivato da un’amica l’invito al ristorante giapponese che non mi aspettavo, oggetto: “Galateo del sushi“. […]

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E proprio l’altra mattina, mentre col mio solito tempismo controllavo la posta della settimana prima, sputando il caffè sullo schermo del Mac dopo l’email che mi invitava a frequentare un fantomatico corso di sushi, ecco, proprio in quel momento è arrivato da un’amica l’invito al ristorante giapponese che non mi aspettavo, oggetto: “Galateo del sushi“.

Cioè, a me.

A me che quando mi invitano a mangiare il sushi so solo dire che i rigatoni sono meglio.
A me che controllo la freschezza dei totani con la stessa aria visibilmente alterata degli intenditori di vini.
A me che posso vantare diplomi in conversazione sulla sfilettatura dell’orata e sulla tenerezza del branzino.
A me che cerco posticini in riva al mare solo per raccontare che la birra era ghiacciata e la spigola si muoveva.
A me che mangio quintalate di pesce perché sembra che faccia bene e non ingrassi.

A me, insomma, che non sono un talento da sushi bar, l’invito a mangiare la tipica pietanza meneghina secondo le regole di un ristorante giapponese, mi ha fatto venire l’orticaria al cervello e la tentazione di scappare senza pensarci un secondo. Avete idea di quanto sia difficile usare le bacchette per mangiare il sushi?

Nemmeno posso ammiccare facendo finta di capirci qualcosa, l’unica cosa che ho letto è una lezioncina di bon ton nipponico impartita da Vanity Fair:

“Così come in Italia non si leccano i coltelli, non si beve il brodo dalla tazza e non ci si serve infilzando i bocconi con la forchetta direttamente dal piatto di portata, allo stesso modo al ristorante giapponese non si appoggiano le bacchette sul tavolo o non si condisce il sushi con lo zenzero”.

Indeciso se restare impreparato sine die per poter declinare ogni invito presente e futuro, o smettere i panni del ruvido orso fuori moda in questi tempi social, ho trovato in questo lenzuolone un miracoloso esempio di aiuto.

Dunque:

— Non azzardiamoci a mangiare la fettina di zenzero come lo zoticone qualunque farebbe con un’insalata. Basta l’assaggio, la modica dose tra un piatto e l’altro per pulirsi la bocca, ché il sapore è forte e rischiamo il soffocamento con successiva inopportuna lacrimazione.

— Il diritto di intingere il sushi nella salsa di soia spetta allo chef. Se lo fa lui non dobbiamo farlo noi. E attenzione agli sonfinamenti, chiunque, anche se va al sushi bar solo per farsi vedere, vi direbbe che si bagna nella salsa di soia soltanto il pesce, mica il riso.

— Non osi separare la bacchetta quel che il cuoco ha assemblato con maestria. Facciamo un bel boccone e non pensiamoci più, il sushi è servito in piccoli pezzi proprio per assolvere allo scopo: essere rispettosamente mangiato in un boccone.

— Cerchiamo di avere chiaro il concetto di esclusività: allo chef del sushi-bar ordiniamo solo sushi e sashimi, per tutto il resto c’è il cameriere.

— La fiscalità dei giapponesi, per dire: “Quando il cameriere porta un asciugamano caldo prima del pasto, ricordatevi che è per pulire le mani”.

Glossario: Sashimi è pesce crudo, cotto o in salamoia in 3-5 pezzi. Nigiri è pesce su polpettine di riso, con o senza alga Nori per legare pesce e riso. HosoMaki sono piccoli rotolini con alga Nori e pesce. Chirashi: pezzetti di pesce servito in una ciotola di riso.

— Ve l’avevo detto che non sarebbe stato facile: “E’ cosa educata imparare alcune frasi nella lingua madre“. Per ringraziare niente banali cafoncellismi tipo “grazie”, diciamo bensì: “arigato gozaimasu”. Per chiamare la cameriera facciamo che “scusa” è piuttosto inopportuno, meglio: “sumimasen”. Se vogliamo far credere di saperla lunga, a inizio pasto pronunciamo con voce stentorea “Itadakimasu!” Mentre, una volta finito: “Gochisousama deshita!” Con tutti gli esclamativi.

— Oddio cos’ho fatto, ho chiesto un coltello? “Non chiedere mai un coltello”. Il sushi è tenero, non ha bisogno di lame, ripetete il mantra: usare le bacchette. E se non c’è verso, allora le mani.

A me sono bastati questi cinque minuti di immersione dentro un mondo di wasabi, sashimi, nigiri, asomaki, alghe e zenzeri canditi per aver voglia di vedere un po’ di sangue sparso, penso che declinerò l’invito. Non so voi.

[Crediti | Link: Vanity Fair, Sushi Italia, immagine: Luxirare]

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