di Camilla Baresani 28 Settembre 2012
pausa pranzo

La pausa pranzo è diventata un momento preciso dell’esistenza collettiva con l’urbanizzazione all’americana tipica del Novecento (si lavora nel centro di una metropoli e si abita in lontani sobborghi residenziali) e con l’ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro. I bambini alla mensa scolastica, la cucina di casa deserta fino a sera, gli adulti impegnati a consumare un pasto veloce nelle vicinanze del posto di lavoro.

Nel dopoguerra, tavole calde, distributori automatici, snack bar e carretti all’angolo della strada hanno cominciato a offrire pasti economici, più appetitosi di quelli che si era abituati a portare da casa nell’apposito contenitore. Inoltre, quell’ora di pausa dal lavoro è diventata un modo per socializzare e ha contribuito alla rivoluzione sessuale, giacché nei locali per impiegati, nelle mense, sulle panchine vicino agli uffici, nei ristoranti e nei cocktail bar frequentati dalla classe dirigente, covava il germe di infiniti adulteri.

Il bel romanzo di Rona Jaffe Il meglio della vita (Neri Pozza), pubblicato nel ’58 e ambientato nel ’52, racconta l’ascesa – e discesa – di un gruppo di ambiziose ragazze arrivate a Manhattan per lavorare in una casa editrice. Le scene più gustose non avvengono ai piani alti degli uffici, ma nei ristoranti e nei bar che circondano il palazzo di Madison Avenue: intrecci di marpioni e pollastrelle tra un whisky on the rocks e un martini, nei “bar da uomini sposati”; scambi di pettegolezzi e maldicenze tra impiegati al bancone dei diner; confidenze pruriginose tra ragazze al distributore di vivande (nella traduzione italiana è chiamato “ristorante automatico”). Una bella mostra alla New York Public Library racconta centocinquant’anni di storia della “lunch hour” in ogni suo aspetto, compresi quelli dietologici: dalle mense per i poveri ai power lunch, dai distributori automatici (il primo è del 1932) ai panini gigante che tanto hanno contribuito a incrementare il tasso di obesità degli americani, dalle tavole degli immigrati ai carretti agli angoli della strada.

Grazie al sito della mostra, senza bisogno di andare sino a New York, potete avere un assaggio delle bellissime fotografie esposte, evocative come se quei pasti li avessimo consumati anche noi, nel nostro passato, anche se non eravamo ancora nati, anche se a New York non siamo mai stati.

Tutto perché New York è la città più cinematografica del mondo, e ci appartiene come fosse nostra. Sia nel romanzo di Rona Jaffe sia nella mostra, i cultori del serial Mad Men troveranno le atmosfere che hanno ispirato la sceneggiatura.

[Crediti | Dalla rubrica “Cibo e Oltre” di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: 33 Bridges]