di Adriano Aiello 9 Gennaio 2013
masterchef, carlo cracco, nazismo

Masterchef è volgare, inaccettabile, decadente, diseducativo ecc… Chi lo scrive? In molti. Non solo qualche intellettuale con barba, pipa, Marcuse sul comodino e allarme retorico di facile attivazione. Ultimamente infatti pare disciplina abbastanza affermata parlare male del talent culinario di Cracco e company. Certo il campionario umano esposto e la drammatizzazione del format non aiutano, ma come ogni analisi su qualcosa di tale tenore (parliamo sempre di uno show televisivo) spesso è una questione di stile, qualità e profondità di giudizio.

Altrimenti non si addenta la realtà e si finisce per declamare messe fuori tempo massimo. E si finisce per intravedere ovunque la fine della civiltà, strumento retorico divertente e utile come iperbole, tremendamente serioso se applicato alla lettera.

Piace allora la disanima di Andrea Scanzi, scrittore e commentatore per Il Fatto Quotidiano, che spinge sull’ironia e racconta bene lo show e la sua ricezione. Pare fuori luogo quella apocalittica del giornalista Luciano Pignataro (“Non ho nulla contro Luciano e Pignataro purchè i due fenomeni non si presentino contemporaneamente” © Massimo Bernardi), che evoca addirittura il neonazismo e a sorpresa trova pieno riscontro anche nei commenti, in cui si scambia spesso la causa con l’effetto (leggo che siamo una società malata e condivido, ma pensare che la causa possa essere MasterChef è un tantino riduttivo…)

Capiamoci, io della televisione in generale penso tutto il male possibile. Lo trovo un media stanco, vecchio, anacronistico, ma attenzione, ancora molto efficace specie per costruirsi una finta idea del mondo o un credito politico. Dei reality e ancora di più dei talent show penso ancora peggio: ne disprezzo il valore intrinseco, la spettacolarizzazione puerile, quella pretesa da campionario sociologico della nostra società e perfino la pura grammatica espressiva (quelle zoommate, i fegatelli contrappuntivi, i primi piani enfatici, le lacrime esibite senza pudore).

Però ho le mie leggerezze e i miei guilty pleasure e non si può stare sempre sul piede di guerra a cercare i cattivi. Che non sono i Bastianich che tirano i piatti nel lavandino o i concorrenti che ambiscono a cambiare vita attraverso uno programma televisivo. Un insulto alla meritocrazia? Ah, invece là fuori…

Personalmente mi piace rilassarmi con la cucina in tv, quindi l’attinenza gastronomica dello show scatena in me una minima indulgenza, ma quello che vedo è un programma leggero, costruito bene, con ritmo e capacità di solleticare l’interesse del pubblico. Attaccarne “l’ideologia” è sacrosanto, trasformarlo nel simbolo della decadenza culturale italiana inappropriato.

Insomma se ne accettiamo le premesse, MasterChef è un riuscito programma di intrattenimento e mi pare assurdo criticarne la natura competitiva che è parte strutturale del format, o l’esibita spocchia dei giudici che interpretano dei personaggi. È televisione gente, non l’università, qui funzionano altre regole. Lo penso per Simone Rugiati che viene sempre attaccato per non essere un vero chef, ma è un animale televisivo di buon livello, perché non dovrei pensarlo per MasterChef e la sua combriccola umana così distante dal sottoscritto?

[Crediti | Link: Andrea Scanzi, Luciano Pignataro. Elaborazione di un’immagine de Il Club della Lettura]