Quali vini a Natale? La sola guida utile allo shopping last-minute

Il venerdì tira la volata al weekend di shopping più lungo dell’anno. Le enoteche sperano di recuperare il terreno perduto con il duplice strappo festivo che quest’anno è diventato triplice: al collaudato duo Natale-Capodanno fa da introduzione l’Apocalissemaya. E per chi non avesse ancora deciso cosa bere a Natale (ovvero tutti a parte i “precisini patologici”), ecco una serie di consigli divisi per categorie.

L’ANTISNOB. Sa che non è necessario spendere molto per bere bene, la cultura non gli manca, anzi, la ostentasse meno rimorchierebbe anche categorie umane diverse dal fan di Nanni Moretti. Vuole un vino di vignaiolo, che sia artigiano, naturale e digeribile. E che non costi una fortuna. Fargli scegliere i vini è un gesto caritatevole, non essendosi ancora fatto una ragione della bocciatura di Vendola alle primarie del PD.

La cena della vigilia: Il Litrozzo Bianco Le Coste di Gradoli (7 € la bottiglia da un litro) è vino la cui etichetta dice molto, penserete voi. Ma dopo avere conosciuto il produttore, Gianmarco Antonuzi, uno che ci crede davvero e a cui i risultati stanno dando abbastanza ragione, rivedrete le vostre opinioni. Un vino nato per essere bevuto senza troppe sovrastrutture intellettuali. Ricordateglielo, all’Antisnob.
Il pranzo di Natale: Con la cucina grassa del pranzo del 25, un Lambrusco fatto come si deve quale il Libeccio 225 Denny Bini (5 €), fresco, generoso e vibrante, ci sta d’incanto, fidatevi.
Il brindisi: Anche qui un Prosecco sur lie, quello di Carolina Gatti (9 €), produttrice ancora underground, iperattiva, simpaticissima e che sa quel che fa. Perché oltre ai (validi) valori enoici per l’Antisnob valgono anche quelli umani.


L’@IPERCONNESSO. @Iperconnesso è un po’ fastidioso durante la cena e il pranzo natalizi, in quanto fotografa continuamente per postare sui social network. E’ fatto così, che ci vuoi fare? Questi sono i vini di cui ha intenzione di parlare nel post natalizio del suo enoblog.

La cena della vigilia: proveniente da vecchie vigne di Chardonnay, l’Ogeaner Armin Kobler (12 €) di @armin_kobler sfata molti miti che vorebbero il nobile vitigno, in Italia, degradato a bibitone di frutta esotica. La potenza e la polpa non mancano, ma chi dice che questo non è un vino fresco e affilato è in malafede. Ah, ovviamente tappo a vite, di cui il simpatico e preparatissimo Armin è ardente sostenitore.
Il pranzo di Natale: Aris Sergio Arcuri @cirogaglioppo (10 €). A Francesco De Franco @avita_ciro dobbiamo la rinascita di una denominazione, il Cirò, e di un vitigno, il gaglioppo, che erano finiti fuori dal radar degli appassionati. A breve distanza il territorio aha espresso ulteriori eccellenze, quale, appunto, Sergio Arcuri.
Il brindisi: Un brindisi Made in Franciacorta con il Pas Dosè Il Mosnel @ilmosnel (17 €), giusto sunto tra complessità, beva e rapporto qualità/prezzo che spesso è il tallone d’achille di questi vini.


IL TRADIZIONALISTA. E’ attaccato alla sacralità dei rituali quanto all’orologio da tasca che ostenta con fierezza. Veste ispirandosi al modello di eleganza inglese, e se ne considera arbitro rifuggendo le scelte del volgo. Oltranzista della messa di mezzanotte, pretende che la cena della vigilia e il pranzo di Natale siano scanditi da un’immutabilità che sfida il tempo, seppur con la fastidiosa constatazione che le persone nascono, crescono, invecchiano e muoiono. Suggerirgli qualcosa di nuovo richiede doti diplomatiche non inferiori a quelle richieste dalla redazione di un trattato di pace.

Cena della vigilia: le quarantasei portate di pesce divise in quattro tempi saranno egregiamente accompagnate dal Fiano 2011 Ciro Picariello (11 €). E’ vero, l’azienda è giovane (prima annata prodotta la 2004), ma tradizionalissima, e questo vino è diventato in breve un caposaldo dell’enologia bianchista italiana.
Pranzo di Natale: le portate di carne del pranzo natalizio richiedono un rosso di corpo, che nell’immaginario del tradizionalista è, per antonomasia, un Barolo. La scelta ricade su un produttore che, nel rinnovamento (Andrea Farinetti, classe 1990 e figlio di Oscar, si dedica anima e cuore alla cantina con lo zelo del vignaiolo consumato), tiene alta la bandiera della tradizione. Il Barolo Riserva 2004 Borgogno (45 €) è una scelta solidissima, ma se si hanno i mezzi per reperire annate precedenti, perché no?
Capodanno: in questo caso le bollicine sono rigorosamente a fine pasto, con il dolce. Ma in uno slancio caritatevole salverò il tradizionalista dallo sgradevole abbinamento di un vino secco con i dolci. L’Asti De Miranda Metodo Classico Contratto (30 €), da tempo alfiere delle bollicine dolci all’italiana, sembra fatto apposta per salvare capra e cavoli.


IL POSTMODERNO. Vorrebbe sferificare i tortellini e ridurre il panettone allo stato gelatinoso, da lui preferito ai tre contemplati dalla fisica. Sostiene che la tradizione del pesce alla vigilia è antica e polverosa, ma essendo in minoranza e di fronte alla famiglia schierata, è consigliabile che abbozzi. Tuttavia gli si potrà concedere di selezionare i vini, perché sa farlo con garbo e con meno spirito iconoclasta rispetto alle ricette.

La cena della vigilia: la più grande uva bianca italiana è il Verdicchio, che ha sofferto giorni cupi ma oggi si mostra in tutto il suo splendore. E i vini ultrasapidi e dritti di Matelica sono per il postmoderno più interessanti di quelli, che pure già eccellono, di Jesi. Il Collestefano (7 €) è divenuto in pochi anni il vino simbolo del rapporto qualità/prezzo in Italia.
Il pranzo di Natale: qui il postmoderno, dopo averci tranquillizzato con il verdicchio, riesce a stupirci con un blend di Syrah, Grenache e Carignano prodotto a Blera, nella Tuscia; e già che ci sia un grande vino del Lazio con questo uvaggio fa notizia. Si chiama Habemus (48 €), la cantina è San Giovenale, il 2010 è la prima annata prodotta e la consulenza enologica è di uno che di vini con una grande struttura se ne intende, Marco Casolanetti di Oasi degli Angeli, quelli del Kurni per intenderci.
Capodanno: bollicina sì, ma innanzitutto extra brut, perché non ama il dosaggio eccessivo, oggi prerogativa di chi ha qualcosa da nascondere. Tra l’altro, di una zona non celebrata per i suoi Metodo Classico. Il Murgo Extra Brut Metodo Classico (23 €), vino dell’Etna a base Nerello Mascalese, stupirà i commensali, ma senza traumatizzarli.


IL BIODINAMICO. E’ ossessionato dal terrore che quello che mangiamo e beviamo possa avvelenarci, predica il ritorno alla natura, cita (una volta su tre a vanvera) Rudolf Steiner, spesso è vegetariano o vegano, il che lo rende un paria totale durante le festività. Mai introdurrà nel suo organismo un vino prodotto da uve non biodinamiche o, obtorto collo, biologiche, ed è sempre sul chi va là per quanto riguarda la solforosa aggiunta. E’ quello che in certi circoli viene definito “talebano”.

La cena della vigilia: “ingredienti: uva, zolfo”. Questa la dicitura in etichetta del Dettori Bianco (20 €), personalissima interpretazione del Vermentino per mano di uno dei personaggi più rilevanti della Sardegna del vino. E quando le ciambelle gli riescono col buco (ho ricordi straordinari del 2006, ma anche l’ultimo 2010 è un signor vino) si gode davvero.
Il pranzo di Natale: e qui il Biodinamico ci ricorda di essere per molti, ma non per tutti, con un vino dell’Etna che è culto assoluto ma che molti non amano. Da vigne promiscue di uve bianche e rosse, affinato in anfore di terracotta, il Contadino (15 €) è la via d’ingresso al magico mondo di Frank Cornelissen, belga innestato in terra sicula, personaggio affascinante, estremo, controverso, in grado di dividere le opinioni degli esperti come Mosé i flutti del Mar Rosso. Qualcuno (pochi) ringrazierà il Biodinamico per avergli mostrato la via, altri tuoneranno che l’anno prossimo un bel Chianti Classico e non se ne parli più.
Il brindisi: tutti si aspettano una bolla puzzona e lievitosa, e invece il Biodinamico ci stupisce con la cristallina perfezione del Pas Dosè Haderburg (21€), produttore naturalmente virtuoso della Valle Isarco che è, non da oggi, fra i migliori due-tre del Metodo Classico in Italia.


L’ESTEROFILO. Tende a ricordare a tutti, sempre e comunque, che i migliori vini del mondo sono in Francia, snocciola terroir riboccanti di Grand Cru a ripetizione, e se lo si taccia di essere più francese che italiano vi parlerà subito di quel Wehlener Sonnenuhr Riesling Auslese che l’ha conquistato in un wine bar di Bernkastel. Prova orticaria all’ascolto delle captatio benevolentiae dei nostri politici a preferire prodotti italiani, e se non tifa la Nazionale di calcio vi va già bene, perché ci sono pure quelli che la gufano.
La cena della vigilia: Per l’Esterofilo, l’Italia non è tra i primi tre produttori di vini bianchi al mondo, forse neppure tra i primi cinque. Al primo posto c’è la Germania, il riesling, per complessità, versatilità, finezza e longevità, è l’uva bianca di riferimento. E sceglie un vino base per dimostrarcelo: il Riesling Trocken Donnhoff (15 €), dal genio della Nahe che è per acclamazione il miglior produttore di vini secchi di Germania. E quindi del mondo, giusto?
Il pranzo di Natale: l’Esterofilo è anche al passo con i tempi, e a Bordeaux (a meno che non siano vecchie annate) preferisce sempre la Borgogna. E un vino di una denominazione poco conosciuta, ma interpretata in modo sublime, come il Marsannay Les Grandes Vignes Domaine Bart (17 €), espressione di Pinot Noir semplicemente deliziosa, farà pensare più di qualcuno che però, hai capito st’Esterofilo?
Il brindisi: Champagne, ovviamente. Uno non troppo estremo, per convincere tutti –casomai ce ne fosse bisogno- della superiorità delle bollicine d’Oltralpe. Basta un prodotto facilmente reperibile sugli scaffali della GDO come Roederer Brut Premier (33 €) per portare a casa la partita.

[Crediti | Immagine: GQ]

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23 Dicembre 2012

commenti (19)

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  1. Questa volta mi sono proprio divertito, dovrò capire a quale categoria appartengo per poter fare la scelta giusta.

  2. Mmm, mi sento 35% antisnob, 30 iperconnesso, 10 tradizionalista, 5 post-moderno, 20 biodinamico. La categoria di Cagnetti (che è cmq un misto di tutte le precedenti tranne tradizionalista) è fuori dal post:) Ma l’ha scritta. Urgerebbe una post-fazione

    1. tu me provochi, io replico con la bonus track.

      IL SUPERESPERTO. Tutti alzano le mani: il vino lo sceglie lui, perché ne sa più di tutti e, se messo in discussione, passa da antipatico a *davvero* antipatico. E a Natale siamo tutti più buoni, no? A sua discolpa si può dire che effettivamente ci capisce.

      Il brindisi: tutti si aspettano Champagne, ed ecco che invece il Superesperto tira fuori un Prosecco. Ma un Prosecco altro. Sur lie, ossia imbottigliato sui suoi lieviti, prodotto da uve biologiche e, soprattutto, dalle mani di un vignaiolo sensibile che guarda prima alla qualità del vino e poi ai profitti, cosa non così scontata a Valdobbiadene e dintorni. Il Prosecco Frizzante Naturalmente Casa Coste Piane (12 €) sarà un successo.

      La cena della vigilia: Quando arriva la bottiglia qualcuno sghignazza “ma che è, un amaro?” E invece il Blanc de Morgex et de La Salle Pavese Ermes (13 €) è vino serissimo, autenticamente di montagna, leggero ma mai esile, molto mobile, fresco e in grado di lasciare durature impressioni. Anche se sì, la bottiglia ha una forma un po’ buffa.

      Il pranzo di Natale: Nell’anno che segna l’irresistibile ascesa del Rossese di Dolceacqua da vino di nicchia a vino amato da tutti, un po’ come fecero gli Arcade Fire nel 2004 con la pubblicazione del loro primo album Funeral, la scelta è quasi obbligata. Tra i due cru di Giovanna Maccario, indiscutibilmente sul podio della denominazione, la scelta cade sul Rossese di Dolceacqua Superiore Posau Maccario Dringenberg (17 €), il più aperto e immediato, laddove in una platea di suoi simili gli avrebbe preferito l’austero Luvaira, preferibilmente con qualche anno sulle spalle.

  3. se il brindisi è a fine pasto, con il dolce, non mi convincete ne con il prosecco, ne con lo champagne

    1. si è fatta un po’ di confusione con le categorie, a parte l’Asti di Contratto nessuno dei vini suggeriti è da intendersi a fine pasto.

    2. a mia discolpa posso dire che dalle ore 8.15 del 19 ho dormito un totale di 90 minuti 🙂

  4. Un bell’articolo.E c’è anche lo sforzo,che apprezzo moltissimo,di tener conto deiprezzi
    Anti(sempre)-Snob.
    Ciao,Fabio

  5. Avatar Man ha detto:

    Bravo, davvero un bel post, meno male che non sono tutti cosi’ altrimenti starei sempre dietro a Dissapore 🙂
    Manca una categoria ‘esterofilo estremo’: la lista latita sul nuovo mondo!

  6. La cantina Haderburg non è affatto in Valle Isarco!!!! Si trova invece a Salorno e domina il paese dall’alto della frazione Pochi, nella valle dell’Adige, in piena Bassa Atesina!
    Tra la Valle Isarco e Salorno ci sono una settantina di chilometri e un ambiente completamente diverso.

    1. hai ragione quando dici che sono due ambienti molto diversi.
      la famiglia ochsenreiter ha però due aziende, una a pochi ed una in val isarco.
      lo spumante haderburg deriva da uve della bassa atesina dove viene anche prodotto.

  7. Avatar Hulk ha detto:

    Interessante post nel piattume (è Natale, mi sento buono) di Dissapore.
    La citazione degli Arcade Fire, poi, è sopraffina; dubito però siano più che nicchia sopratutto in Itaglia!

  8. Avatar razmataz ha detto:

    bellissimo post, grazie (quando leggo queste cose mi viene voglia di iscrivermi qui e ora ad un corso serio). auguri a tutti.