di Martina Liverani 10 Gennaio 2013
Natura morta, Gather journal

“Il confine tra indie, indipendente e alternativo, è flebile. Dall’estremamente di moda all’estremamente sfigato il passo è breve, e il cerchio può chiudersi”, scrivono quelli di Repubblica a corredo del video  “Sono Così Indie” dei Lo Statuto Stato Sociale che vi invito ad ascoltare mentre leggerete questo post. Se anche voi siete così indie “che il blog è fuori moda” e in edicola non si trova un magazine che rappresenti la vostra vena esigente e alternativa, potete fare una scelta molto di tendenza: pubblicare una vostra rivista indie di food, oppure sbattervi per avere le più figherrime del globo. In entrambi i casi non potete esimervi dal contattare un cool hunter in grado di darvi qualche dritta, rigorosamente indie.

Io ne ho incontrato uno, Simone Sbarbati, editore di FrizziFrizzi (sito che, tra le altre cose, pubblica le più interessanti novità editoriali indipendenti), e abbiamo preso un caffè pomeridiano al Caffè del Museo di Bologna (talmente indie che quel giorno non c’era nessuno …). Simone è un appassionato di editoria indipendente e mi ha raccontato un mucchio di cose interessanti, come per esempio che si tratta di un mondo in grande fermento dove temi come il cibo e il porno sono oggi i più scoppiettanti e prolifici e danno vita a un nutrito numero di testate curiose.

Ma cos’è una rivista indie? gli chiedo. Mi spiega che si tratta generalmente di magazine autoprodotti, realizzati da una piccola squadra di creativi liberi da sponsor e che non hanno la raccolta pubblicitaria come chiodo fisso per tirare a campare (sono così indie che non arrivano a fine mese? O, sono così indie perché sono ricchi di famiglia?), utilizzano servizi come il crowdfunding oppure selezionano pochi inserzionisti pienamente in linea con il target. Stampano poche copie, dalle 1000 alle 10/20 mila e hanno distribuzioni alternative:  dalla vendita online ai circuiti di librerie indie o i concept store.

Fondamentalmente sono magazine di nicchia, con lettori ipersegmentati e iperinteressati al tema trattato, decisi a sbattersi per trovare il proprio magazine e a pagare cifre non proprio da periodico… Qualche esempio?

— C’è Fugu che parla di estasi culinaria e morte (si, avete capito bene) “Quale nome migliore, dunque, per un magazine (formato fanzine) che celebra il cibo e la morte. Corto circuito non da poco visto che ciò che mangiamo è morto e noi stessi, quando finiamo sotto terra, diventiamo cibo per altre forme di vita”dice Simone

— E poi c’è Meat paper, una rivista che parla di carne a 360°: come materia prima, del rito di uccisione degli animali, di ossa e macellai ecc. E’ realizzata da una ex vegetariana, secondo la quale il consumatore attentissimo di carne è molto più vicino al vegetariano di quanto si possa credere

— C’è il celeberrimo Lucky Peach, monotematico foodzine patrocinato dallo scrittore americanodi Dave Eggers

— lo svedese Fool Magazine

— i canadesi ACQ Taste e Gastronomica 

Fire and Knives, l’indicazione del cui direttore, l’inglese Tim Hayward è: “scrivi come un dilettante di qualcosa che ti piace”, dunque piena di ricette e interviste a bassa fedeltà

— il francese Fricote, una rivista che parla di “cibo, cibo di strada, cucina, design, fotografia, graphisme e bons plans” pensata appositamente per gli “epicurei urbani”

Gather Journal, foto strepitose per un magazine da leggere come un menu

The Gourmand che si propone di esplorare il potere comunicativo del cibo e le sue intersezioni con le arti

Kinfolk, rivista dedicata ai piccoli incontri conviviali tra hipster, fatta da ragazzi di Portland e che tratta di come preparare la tavola e quali conversazioni intavolare

— Infine, anche gli chef tristellati lanciano le loro riviste, come Andreas Caminada che pubblica il magazine autoreferenziale Caminada

— o come Diner Journal ideata da un ristoratore di Brooklyn.

Ne ho sicuramente dimenticata qualcuna, ma Simone è un fiume in piena, un’enciclopedia vivente di tendenze. Lo saluto e mi dico che  questa cosa delle riviste indipendenti in fondo mi piace, quasi quasi ci faccio un pensierino.

E voi? Cosa vorreste leggere di così indie, strambo, unconventional o semplicemente introvabile nelle attuali riviste mainstream di food? E cosa sareste disposti a fare per averle? Siete…o non siete così indie?

[Crediti | Link: YouTube, Frizzi Frizzi, immagine: Gather Journal]