Qualsiasi palestrato vi dirà che non c’è niente di meglio di riso e pollo insieme. Tuttavia, se abiti ad Arborio nella storica culla del riso maxi e all’improvviso ti piomba addosso un altrettanto maxi allevamento di galline, beh, potresti pensarla molto diversamente. Nei terreni agricoli normalmente riservati alle risaie infatti stanno per essere costruiti due capannoni destinati a raccogliere centinaia di migliaia di volatili. Tuttavia, fra proteste di associazioni e attivisti, il rumore più assordante è il silenzio dei produttori.
Dal campo al capannone
Nella Baraggia vercellese si coltiva un’eccellenza unica in Europa: il riso Arborio, la cultivar a chicco lungo regina dei risotti. Il terreno umido e acquitrinoso delle risaie però, per una serie di sfortunate coincidenze e di interessi a zero scrupoli, sta per essere messo a dura prova. È di questi giorni la notizia che il progetto di Società Agricola Bruzzese, azienda avicola dal 1968, si farà. Ovvero: la costruzione di due immensi capannoni da 275mila galline ovaiole.
Ma come è possibile che proprio qui, in un paesino da 800 abitanti nel cuore della DOP, sia stato permesso un impianto dalle conseguenze così impattanti? Bisogna tornare indietro al 2022, quando il consiglio comunale cittadino ha preso una decisione che col senno di poi pare scellerata. Vale a dire la rimozione dei vincoli di inedificabilità dell’area agricola. Una decisione che rischia di cambiare per sempre il paesaggio e l’ecosistema che lo caratterizza. E che a quanto pare ha avuto conseguenze immediate, visto che la Società depositava la richiesta di avvio dei lavori soltanto a cinque giorni dalla deliberazione.
La tempistica è sembrata davvero sospetta, specie al Comitato Riso composto da residenti e attivisti anti-allevamento e creato in fretta e furia proprio a seguito della richiesta. Il portavoce Raffaele Vota fa sapere che il Comitato ha presentato un esposto in procura per far luce sulla vicenda. Basterà a fermare un progetto già avviato che pare ormai inesorabile?
Futuro incerto, fra proteste e silenzi
Siamo nell’ambito dell’allevamento intensivo, è inutile girarci intorno. Per un impianto di queste dimensioni si stimano circa 9mila metri cubi di letame all’anno che verranno smaltiti da un’impresa esterna a biogas. Questo tipo di gestione dei rifiuti rischia di diventare una bomba ecologica, a partire dagli effluvi maleodoranti fino alle emissioni di ammoniaca. Con conseguenze devastanti per l’ambiente, il riso e la salute dei cittadini.
Associazioni come Legambiente, Pro Natura Vercelli e Greenpeace si sono mobilitate contro il progetto. Ci sono rischi concreti per quanto riguarda la diffusione dell’influenza aviaria, senza contare i danni permanenti ai terreni e quelli legati all’intensificazione zootecnica, nonché alla trasformazione dei paesaggi che ne consegue. Gruppi come “Galline in Fuga” e “Movimento Antispecista Radicale” protestano, con tanto di attivisti incatenati al cantiere.
In questo panorama deturpato da preoccupazione e incertezza resta però un grande assente. Il mondo risicolo, il cui silenzio rispetto alla vicenda lascia a dir poco allibiti. Nessuna di voce di protesta o quantomeno disapprovazione, nemmeno un commento. Nonostante la centralità dei territori interessati per l’industria, fra i produttori locali non vola una mosca. Un’ignavia che non si spiega, e lungi da noi dal fare illazioni in merito, ma che prima o poi andrà spiegata. Altrimenti l’Arborio rischia davvero di trasformarsi in riso amaro.