A guardare alle cantine italiane in cui giacciono invenduti milioni di ettolitri, sembrerebbe che il vino non abbia più quello smalto commerciale di un tempo. I consumatori bevono sempre meno, export e GDO registrano performance negative e le soluzioni all’orizzonte sembrano più dei palliativi per curare i sintomi che risposte concrete alle radici del problema. Si declassano le bottiglie sperando di facilitarne la vendita e svalutandole, tra chi invoca la distillazione di crisi e chi propone di estirpare i vigneti: meno vino prodotto, meno giacenza ci sarà.
In questo contesto di crisi certe bottiglie di grande valore appaiono come punti fermi in mezzo a turbolenze imprevedibili, tanto diventare l’obiettivo di furti milionari, degni di un lungometraggio di Lupin III: è successo a metà settembre con una razzia di Barolo nelle cantine di Conterno Fantino ed è accaduto ancora lo scorso fine settimane quando sette uomini con il volto coperto si sono introdotti nel polo logistico dei Marchesi Antinori a Cortona, hanno neutralizzato l’impianto di allarme e si sono caricati su due tir ben trentamila bottiglie di etichette leggendarie come Tignanello, Solaia e Guado al Tasso -tutte annata 2023-, portandosi via refurtiva per un valore stimato di circa cinque milioni di euro.
Banditi enologi?
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La scoperta è arrivata soltanto il lunedì mattina, quando i dipendenti sono entrati in magazzino trovando uno spazio desolatamente vuoto. Oltre alle immagini delle videocamere di sorveglianza passate al setaccio dagli inquirenti, resta lo sconcerto di una storica casata vinicola la cui storia risale al 1385, che l’amministratore delegato di Antinori, Renzo Cotarella, esprime con amarezza: “Speriamo ancora di essere in grado di trovare il vino… due camion non possono semplicemente sparire nel nulla. Questi vini hanno un grande valore e non so come possano vendere tutto questo vino in giro per il mondo senza essere visti”.
Al di là del danno economico per un gigante che fattura 263 milioni di euro all’anno, il colpo ha lasciato un segno profondo nell’animo di chi quel vino lo produce quotidianamente, come racconta lo stesso Cotarella ricordando i momenti successivi alla scoperta del furto: “le persone in cantina stavano piangendo. Non è solo il valore del vino, è qualcosa di più. Possiamo sopravvivere senza questo vino, ma ciò che mi rende così triste è il fatto che questo sia potuto accadere a noi”. L’AD è però ancora fiducioso: “Le strade toscane sono piene di telecamere, magari con un po’ di fortuna riusciremo a recuperare almeno una parte delle bottiglie che ci hanno sottratto”.
A costo di fare fantasiose illazioni, magari frutto di troppo cinema di genere, questo furto non può non portare alla mente quello delle tremila bottiglie di Barolo in quel di Monforte d’Alba, almeno per due elementi: l’evidente specializzazione enologica dei malviventi e la professionalità nel loro “mestiere”, essendo entrambi le masnade in grado di portare a termine due colpi decisamente ambiziosi senza che nessuno se ne accorgesse fino al lunedì mattina successivo, sparendo letteralmente nel nulla, manovrando i muletti in cantina o mettendo fuori uso gli allarmi.
La considerazione che desta più perplessità è proprio di Renzo Cotarella, che giustamente si chiede come sia possibile smerciare bottiglie così conosciute senza venire pizzicati dalle autorità o da qualche appassionato: un dettaglio che, vista la preparazione dei criminali, difficilmente può essere stato sottovalutato. Se pensare che si tratti della stessa banda di malviventi specializzati resta una fantasia totalmente infondata, l’idea che il mercato sotterraneo per certe bottiglie sia talmente in ascesa da arrivare a giustificare simili furti non è così peregrina. In attesa che i furfanti e la refurtiva vengano eventualmente recuperati, occhi aperti: se doveste imbattervi in etichette di Antinori del 2023 pensateci bene prima di stapparla.
