Che peso hanno nella nostra indignazione quattro braccianti bruciati vivi?

Quattro braccianti morti bruciati vivi, e a malapena conosciamo i loro nomi e le loro nazionalità: perché non ci importa di questo omicidio, che pure finisce sulle nostre tavole a cena?

Che peso hanno nella nostra indignazione quattro braccianti bruciati vivi?

Bruciati vivi. Intrappolati dentro una macchina data alle fiamme, senza la possibilità di uscire. Così sono morti ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti, di cui è molto probabile che ora sapremmo nome e cognome, se non fossero stati lavoratori stranieri invisibili al mondo. Eppure, dovremmo saperli bene, i loro nomi, e indignarci, arrabbiarci, scandalizzarci per il modo schifoso in cui sono stati uccidi, visto che il loro omicidio arriva ogni sera sulle nostre tavole, servito per cena nei nostri piatti.

E invece no, queste quattro vittime del caporalato più violento e spietato restano ancora dei nessuno, nella vulgata popolare, perfino senza una nazionalità certa (pakistani, pare, o forse afghani). Di loro si sa che erano giovani. Il più giovane aveva 19 anni appena, una vita davanti. E poi si sa che lavoravano nei campi per 45 ore alla giornata (otto ore sotto il sole cocente della Calabria), ma che lo stipendio mica lo percepivano loro, restava in tasca al caporale, che a loro garantiva un posto dove stare. Tre di loro, ricostruisce La Repubblica, si chiamavano Fazal Amin Khoglany, Waseem Khan, Safi Amjad. Vivano insieme ad altri come loro, schiavi dell’era moderna, in un bilocale che dava alloggio a dieci persone, non si sa bene come. Se qualcosa si sa di loro, vittime silenti di un sistema che fa comodo a molti, e del loro tragico destino, è solo perché uno di loro è sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, e ha potuto raccontare quel che è successo.

La strage di Amendolara

C’è un video, girato da una telecamera di sorveglianza, che mostra quello che è successo. Un video terribile, di quelli che forse l’informazione dovrebbe evitare di diffondere, perché poco aggiungono alla cronaca dei fatti e molto invece aggiungono al dolore di chi quelle persone le conosceva. Ma quelle persone, almeno qui in Italia, erano sole, invisibili, isolate.
Ed è questo il motivo per cui si è potuto agire senza problemi.
Chiuderle in un’automobile e dargli fuoco dall’interno, tenendo le portiere chiuse e impedendo loro di uscire e salvarsi da una morte atroce.
Per l’omicidio dei quattro braccianti sono stati fermati due Pakistani, che operavano probabilmente per mano di un caporale, deciso a dare un segnale a tutti i “suoi” lavoratori: non alzate la testa, non fate richieste assurde (pare che i quattro bruciati vivi chiedessero il rimborso almeno delle spese di viaggio sostenute quotidianamente per andare a lavorare). Non fatelo, altrimenti finite così.

L’indignazione, ma così così

Una strage sul lavoro, una delle più cruente, peggiori, terribili. Perché qui non c’è solo la responsabilità di chi il lavoro lo gestisce, e magari chiude un occhio difronte a dinamiche di sfruttamento diffuse quanto conosciute. Qui c’è la nostra, di responsabilità, in quanto consumatori che non si chiedono la provenienza delle materie prime, e i rischi dietro a un costo troppo basso (perdonaci, Carlin Petrini, se così poco abbiamo imparato). E c’è il male di chi sfrutta e uccide per continuare a poterlo fare indisturbato.

E poi c’è la nostra indignazione, che viene via un tanto al chilo neanche fossero dei pomodori in offerta al discount. Perché è chiaro che se questa strage di lavoratori, così orrenda e crudele, fosse avvenuta in un altro contesto oggi non staremmo parlando di nient’altro. Non c’è dubbio che se questi lavoratori fossero stati italiani, operai di una fabbrica con una storia dietro alle spalle da raccontare, staremmo piangendo collettivamente, nei bar davanti al caffè, a casa davanti alla tv, fermandoci per minuti di silenzio nelle scuole e negli uffici pubblici.

E invece il guaio è che – in una classifica del dolore che preferiremmo non fare) Fazal, Waseem, Safi le loro storie non le avevano, nascoste dietro a un’identità che si svela a fatica, nell’invisibilità di chi viene in Italia per lavorare otto ore sotto il sole a meno di cinquanta euro. Chi lo sa, cosa facevano, da dove venivano, se avevano figli e famiglie. Il silenzio intorno a loro è assordante, ed è quello che oggi relega il racconto del loro brutale omicidio a pagina 16, o 18, giusto per citare due dei principali quotidiani nazionali.

Perché se la vittima è Nessuno, il dolore è inesistente. E allora possiamo continuare a mangiare le nostre insalate a basso prezzo in pace, nel silenzio generale.