Chi coltiva il grano duro in Italia quest’anno andrà in perdita

Confagricoltura spiega le ragioni dei produttori: prezzo al quintale sottocosto, produzione interna troppo bassa, mancanza di accordi nazionali.

Chi coltiva il grano duro in Italia quest’anno andrà in perdita

Un comunicato diffuso il 9 luglio da Confagricoltura afferma: “Le quotazioni della CUN per il frumento duro di qualità superiore sono oggi inferiori a 300 euro per tonnellata, al di sotto dei costi medi di produzione”. Il presidente di Confagricoltura Sardegna rincara la dose dicendo che sull’isola il grano duro viene pagato 27 euro al quintale, un prezzo che non copre nemmeno i costi di produzione. Un caso interessante per il Paese della pasta di grano duro, appunto.

Istituita dal Governo nel 2024, la Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro ha il compito di elaborare un prezzo indicativo nazionale condiviso tra produttori e industria, per rendere più trasparente la formazione delle quotazioni e migliorare il funzionamento del mercato. Tuttavia, la sua azione non è ancora riuscita a incidere realmente sulle quotazioni, ma solo a monitorarle, e gli agricoltori non sono soddisfatti.

Il problema del grano duro italiano è che non ne produciamo abbastanza

produzione di pasta

La produzione di grano duro è in calo da 15 anni: dal 2012 al 2025, le superfici coltivate a grano duro in Italia si sono ridotte del 10%. Il tasso di autoapprovvigionamento è sceso dal 78% al 56,5%: 880 mila ettari di campi coltivati a grano duro ci separano dall’autosufficienza. In sostanza, quasi metà del grano duro che usiamo per fare la pasta italiana proviene dall’estero.

In un comunicato del 2023 il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, denunciava alla riunione del tavolo ministeriale di settore, presieduta dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida: “Per il grano, il tasso di autoapprovvigionamento è inadeguato e inferiore al potenziale dell’Italia. È necessario farlo salire con il varo di un piano pluriennale che parta dalle sementi, per arrivare fino alla migliore valorizzazione mercantile delle produzioni nazionali”.

I problemi sono dunque molteplici. Innanzitutto la dipendenza italiana da sementi straniere, tanto che Giansanti invita il CREA a intervenire, ovvero il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, il principale ente pubblico italiano di ricerca nel settore agroalimentare, anch’esso vigilato dal Ministero dell’Agricoltura. Il riferimento che viene immediatamente alla mente sono le nuove TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), che sono state appena approvate dall’UE.

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Il prezzo è la conseguenza: il seme estero e l’attuale rincaro dei fertilizzanti, dovuto alla crisi di Hormuz, aumentano i costi di produzione. L’industria della pasta, invece, paga la materia prima troppo poco (almeno così pensano i coltivatori); il motivo, però, è che i prezzi li fa il mercato e all’estero il grano duro costa molto meno. Lo strumento per evitare questa situazione e valorizzare la produzione nazionale, spingendo possibilmente sulla qualità, sono gli accordi di filiera.

Gli accordi di filiera sono contratti pluriennali tra agricoltori, trasformatori e altri operatori della filiera che definiscono in anticipo quantità, standard qualitativi e criteri di prezzo del grano, con l’obiettivo di ridurre la volatilità dei prezzi di mercato e garantire maggiore stabilità ai produttori e all’industria. In questo modo, probabilmente, la produzione interna aumenterebbe.

Il punto di vista del consumatore dovrebbe essere quello della qualità: se l’agricoltore produce un grano mediocre per star dietro a un costo di mercato troppo basso, ci rimettiamo anche noi, ma allo stesso tempo è troppo facile dare per scontato che una produzione italiana sia di per sé una produzione di qualità. La soluzione è sempre quella: scegliere piccoli produttori che fanno scelte radicali, non solo sui grani italiani, ma anche su grani adatti al territorio e – di conseguenza – su agricolture che non lo depauperino. La prossima volta che su una confezione di pasta leggiamo “con grano duro italiano”, avremo qualche domanda in più da farci.

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