Ad aprile scorso è stato pubblicato uno studio intitolato Ultra-processed food intake, cognitive function, and dementia risk: A cross-sectional study of middle-aged and older Australian adults. Lo studio, condotto dai ricercatori della Monash University di Melbourne, è apparso sulla rivista statunitense Alzheimer’s & Dementia: Diagnosis, Assessment & Disease Monitoring. Il punto dello studio è che sembra esserci un collegamento tra l’assunzione di cibi ultraprocessati e la difficoltà di concentrazione.
Le cavie dello studio sono 2.192 adulti in Australia, tra i 40 e i 70 anni, che non soffrivano di demenza o di Alzheimer quando sono stati testati. Di queste persone è stata valutata la dieta tramite un questionario, mentre la funzione cognitiva è stata misurata usando il Cogstate Brief Battery, una batteria di test cognitivi computerizzati usata molto spesso nella ricerca neurologica e neuropsicologica per misurare rapidamente alcune funzioni del cervello, soprattutto: attenzione, memoria, velocità di elaborazione, apprendimento. Non immaginatevi duqnue uno studio pluriennale, ma uno studio svolto in modo trasversale, semplicemente intervistando le persone coinvolte una volta sola e svolgendo con loro il test cognitivo.
I risultati dello studio suggeriscono che un aumento del 10% di cibi ultraprocessati nella dieta equivale a una riduzione delle performance nel test di funzione cognitiva di 0,05 punti e, giusto per farci stare più tranquilli, i ricercatori segnalano che un aumento del 10% equivale a un sacchetto di patatine. Una diminuzione della funzione cognitiva di quella portata significa, in parole povere, che siamo più distratti, quello che gli americani chiamano brain fog, cervello annebbiato. Un po’ come quando beviamo quindi, e infatti questi cibi sono stati associati, da altri studi universitari, alle dipendenze.
I motivi per cui i cibi ultraprocessati ci rendono meno attenti
Innanzitutto il fatto che aumentano l’infiammazione, come aveva già dimostrato uno studio del 2025.
Il secondo motivo risiede nel fatto che sono poveri di micronutrienti: senza gli elementi essenziali — vitamine, minerali, fibre — il cervello non può funzionare correttamente.
Infine altri studi hanno collegato i cibi ultraprocessati all’insulino-resistenza e dunque alla regolazione del glucosio nel sangue che, a livelli alti, influisce sulla funzione cognitiva.
Tutto risiede nella dieta?

Un risultato abbastanza sorprendente di questo studio è che, se si mangiano cibi ultraprocessati e si segue una dieta mediterranea, normalmente associata al benessere, i risultati del test cognitivo sono comunque peggiorativi, come se il consumo di ultra-processati avesse un effetto indipendente dalla qualità generale della dieta.
Certo, gli esperimenti scientifici sono rigorosi e gli scienziati coinvolti, prima di dichiarare che la nostra dieta è l’unico fattore che influenza la nostra concentrazione, stanno molto cauti. Ovviamente concorrono cause di maggiore impatto, per esempio il fatto che siamo costantemente sottoposti a stimoli informativi e che stress, alcune medicine e tono dell’umore influenzano più della dieta la risposta cognitiva.
Tuttavia quello che si può concludere è che, se la nostra dieta influenza anche solo in minima parte la nostra attenzione, è comunque un fattore che possiamo facilmente controllare, a differenza di tutti gli altri, che invece subiamo con una buona dose di passiva accettazione.
Detto questo, sappiamo che una perdita di attenzione (che non sappiamo quanto sia temporanea) data dal consumo di cibo spazzatura non equivale necessariamente a farci dichiarare stupidi, come abbiamo fatto invece, provocatoriamente nel titolo. Eppure, dato che uno dei mali della nostra contemporaneità è che siamo tutti molto disattenti, con il “cervello in pappa” come ci piace dire quando ci chiedono come va – ecco – poniamoci almeno la domanda.
