Più si approfondisce la ricerca più ci rendiamo conto che le microplastiche, frammenti che possono impiegare più di 400 anni per decomporsi completamente, sono ovunque: hanno ormai raggiunto anche le più estreme profondità dell’oceano, e a complicare ulteriormente la questione ci si mette anche un soggetto che nessuno avrebbe ipotizzato.
Uno studio recente ha infatti rivelato che i granchi violinisti che popolano le foreste di mangrovie in Colombia stanno trasformando le microplastiche in frammenti ancora più piccoli -le cosiddette nanoplastiche- accelerando potenzialmente l’ingresso di questi materiali nella catena alimentare umana.
Cosa dice la ricerca

La ricerca, pubblicata sulla rivista Global Change Biology, è stata condotta da esperti dell’Universidad de Antioquia, dell’Università di Exeter e del Corporation Center of Excellence in Marine Sciences (CEMarin) di Bogotà. Gli studiosi hanno analizzato una popolazione di granchi in una foresta di mangrovie a Turbo, sulla costa settentrionale della Colombia, un’area caratterizzata da uno dei livelli di contaminazione da plastica più elevati al mondo e, per monitorare il fenomeno, i ricercatori hanno spruzzato microsfere di polietilene fluorescenti in diverse aree e hanno campionato il suolo e 95 granchi nell’arco di 66 giorni.
Il professor José M. Riascos, che ha guidato la ricerca, ha spiegato gli obiettivi del lavoro dichiarando: “Ci siamo posti l’obiettivo di rispondere a tre domande specifiche. La prima domanda era: qual è l’assorbimento di microsfere da parte del granchio in condizioni di alimentazione naturale? In secondo luogo, volevamo imparare come le microsfere sono distribuite tra i principali organi. E infine, abbiamo cercato di scoprire se l’interazione del granchio con le microsfere risultasse nella loro frammentazione fisica in particelle più piccole”.
Dallo studio è emerso che i granchi accumulano microplastiche in una concentrazione 13 volte superiore a quella del sedimento circostante, localizzandole principalmente nell’intestino posteriore, negli organi digestivi e nelle branchie. Circa il 15% delle particelle di plastica ingerite viene quindi ridotto in pezzi più piccoli dal sistema digestivo dei granchi. Sebbene questo processo frammenti la plastica più velocemente rispetto all’azione del sole o delle onde, esso produce nanoplastiche che possono entrare nei tessuti del granchio e, di conseguenza, nella dieta umana.
Le nanoplastiche sono particolarmente preoccupanti perché sono più difficili da tracciare e possono diffondersi facilmente tra le specie ittiche consumate abitualmente, come salmone, aringhe, gamberi e scorfani: l’ingestione di queste particelle ha il potenziale di influenzare negativamente i sistemi digestivo, respiratorio e immunitario dell’uomo.
Daniela Díaz, ricercatrice presso l’Universidad de Antioquia, ha commentato l’importanza dei risultati affermando: “I risultati sottolineano che le creature viventi non sono solo componenti passivi dell’ecosistema marino, ma potrebbero trovare modi per far fronte alle croniche pressioni antropogeniche in base alle loro storie evolutive. I risultati potrebbero portare a una migliore comprensione di come gli animali si adattano all’inquinamento e al destino delle plastiche nell’ambiente”.
Ma come si può ridurre l’assunzione delle microplastiche derivate dal consumo di pesce? Una soluzione diretta purtroppo non esiste: gli esperti suggeriscono di variare il tipo di prodotti ittici consumati, prestare attenzione ai molluschi bivalvi e ai piccoli gamberetti mangiati interi, e pulire accuratamente il pesce rimuovendo le viscere prima del consumo. Oltre a questo, bilanciare le proteine marine con fonti vegetali o terrestri può ulteriormente limitare l’esposizione complessiva.

