Come se la stanno cavando i marchi italiani food nell’economia mondiale?

I nostri marchi industriali registrano una buona performance nonostante una crisi generalizzata.

Come se la stanno cavando i marchi italiani food nell’economia mondiale?

Buone notizie per l’industria alimentare italiana: secondo l’annuale classifica Brand Finance food 100, stabilita sul valore generato e dall’immagine e reputazione dei marchi con dati fino al novembre 2024, le aziende nostrane registrano una performance decisamente positiva.

Non solo i nostri marchi presenti nella graduatoria sono più che raddoppiati, passando da 4 a 9, ma il loro peso complessivo aumenta dal 4% al 7% del totale, in un contesto in cui il valore globale dei 100 brand presenti è diminuito del 6%.

Come vanno i marchi food italiani

barilla

A trainare questa notevole crescita è Barilla, che per la prima volta entra nella top 10 globale, posizionandosi al 9° posto. Il gruppo, che include anche Mulino Bianco, ha raggiunto un valore di quasi 5 miliardi di dollari, registrando un aumento del 21% che gli ha permesso di scalare quattro posizioni. Secondo Brand Finance il merito di una performance così positiva è  un rilevante rafforzamento dell’influenza del brand anche presso i consumatori italiani e a un miglioramento del Brand Strength Index (BSI) a 85.7 su 100, che ha permesso al colosso della pasta di entrare nella parte alta della classifica.

Anche il gruppo Ferrero mostra una forte presenza con i suoi tre marchi di punta: Kinder si posiziona al 22esimo posto mondiale con 3,1 miliardi di dollari, seguito da Nutella al 38esimo con 2,2 miliardi di dollari e Ferrero Rocher al 46esimo con 1,8 miliardi di dollari, registrando tutti incrementi a doppia cifra nel valore del brand. Complessivamente, i marchi Ferrero vantano un valore di 11,6 miliardi di dollari, rendendo l’azienda di Alba la nona al mondo per il portfolio alimentare più prezioso.

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Il successo italiano è merito anche delle nuove entrate: tra queste spiccano Veronesi, gruppo di cui sono parte anche Aia e Negroni, che esordisce al 70esimo posto con 1,1 miliardi di dollari, Amadori all’80esimo con 1 miliardo di dollari, Galbani all’85esimo con 0,92 miliardi di dollari, Parmalat al 90esimo con 0,85 miliardi di dollari, e Findus al 94esimo con 0,83 miliardi di dollari. Rana e Beretta mostrano anch’essi una notevole crescita, con quest’ultima vicina all’ingresso nella classifica piazzandosi alla 105esima posizione.

Secondo Massimo Pizzo, senior consultant di Brand Finance, questo “boom” dei marchi italiani è il risultato di tre fattori chiave: l’eccellenza dei prodotti, l’immagine positiva dell’Italia all’estero e l’efficacia delle politiche di esportazione. Pizzo sottolinea che “i marchi italiani non avevano mai raggiunto risultati simili, nonostante il cibo italiano sia il più amato al mondo”.

A dominare la classifica resta Nestlé, che mantiene il primo posto con 20 miliardi di dollari nonostante un calo del 4% e, nonostante i marchi italiani si distinguano in un panorama così competitivo, Pizzo avverte che “solo pochi brand italiani hanno un peso rilevante a livello globale” e per una crescita duratura è fondamentale puntare sia sulla qualità che sul marketing: uno solo dei due fattori non sarà sufficiente.