Il Buonappetito – Il cornetto veggy? Chiamatelo “soietto”

Son tempi difficili. Anche le certezze paiono sciogliersi come sorbetto al sole.

Prendete il cornetto, per dire. Il “cuore di panna”, avete presente?

Beh, già in generale si dovrebbe dire “cuore di palma” visto che più che panna ci sono grassi vegetali, ma adesso nemmeno più quella poca: è uscito infatti il Cornetto Veggy, con “tutta la cremosità del gelato alla soia”.

Quando l’ho saputo, ho pensato: mannaggia ai vegani che si appropriano delle icone degli onnivori.

Niente di male a fare un gelato vegano, naturalmente, ma non chiamatelo più Cornetto, chiamatelo –chessò– Soietto.

Così come mi innervosiscono le tante altre appropriazioni linguistiche indebite: l’hamburger di soia, l’hot dog di tofu, la coratella di seitan.

Poi, però, mi son calmato. E mi son reso conto che a ben pensarci abbiam cominciato noi onnivori a rubare le parole.

Vogliamo parlare del termine “insalata”? Ora, insalata non si presta a nessuna ambiguità. L’insalata è insalata, più vegetale di così. Quasi l’essenza della vegetalità.

Eppure l’abbiamo violentata. Volete sapere di cosa, noi onnivori, riusciamo a fare l’insalata?
Di carne cruda;
Di nervetti;
Di pollo;
Di coniglio;
Di aragosta;
Di mare;

Mi fermo perché potrei andare avanti all’infinito.

Cosa posso dunque pretendere io, che faccio parte di una categoria che mangia insalata, sì, ma di trippa?

Amici vegani, avete ragione: abbiamo cominciato noi. Se volete chiamare una fetta di truciolato “fiorentina di ceci” fate pure.

Non spetta certo a noi che mangiamo l’insalata di sfilacci di cavallo farvi la morale.

Luca Iaccarino

23 maggio 2017

commenti (10)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Ma non ha senso questo editoriale.
    “Insalata” viene da “insalare”, cioè condire con il sale. http://www.etimo.it/?term=insalata
    Qualsiasi cibo può essere “insalato”, o fatto in insalata. Che poi il termine sia passato a designare genericamente le verdure a foglia che compongono di solito questo piatto (e che hanno ciascuna il proprio specifico nome), è un altro discorso.
    Di per sé il termine ci dice qualcosa solo sul metodo di preparazione, non sulla presenza di ingredienti vegetariani o meno.

  2. Spesso mi sono incazzato anche io per quella che hai giustamente chiamato appropriazione indebita di parole. Mi arrabbiavo a vedere che i vegani utilizzassero parole e terminologie proprie della tradizione culinaria e culturale di noi onnivori. Siete così fantasiosi? Inventatevi le vostre di parole, capperi (ops)!
    Veniamoci però incontro e riponiamo le armi.
    Per me sbagli quando prendi ad esempio l’insalata. L’etimologia del termine non ha nulla a che fare con i vegetali.
    Così come la maionese non ha un’etimologia che possa collocarla esclusivamente in ambito onnivoro.
    Quindi ok la maionese vegana e anche chessò il brasato di seitan.
    Su altre cose, no. Il latte si produce dalle ghiandole mammarie dei mammiferi. Stop. Niente latte vegano, di mandorla, o qualche diavoleria onnivora inventata da uno chef sperimentatore.
    Si potrebbe andare avanti a discutere.
    Su una cosa hai assolutamente ragione: dobbiamo cercare di non violentare la parole. Sia nell’enogastronomia come in altri ambiti in cui si esplicitano il nostro lavoro, le nostre passioni, i nostri interessi.
    Ricordo un passaggio di un libro di Carofiglio dove parlava di “manomissione delle parole”. Poi uscito come saggio e che io non ho (ancora) letto.
    Oggi non ho molto da fare e quindi, tra una grattatina allo scroto e un formaggino Grunland, lo ricopio.

    “Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.
    Nei nostri seminari chiamiamo “manomissione” questa operazione di rottura e ricostruzione. La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dal diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione..
    La manomissione delle parole include entrambi questi significati. Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo, nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo ( le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni e dei non significati).
    Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole per raccontare storie”.

    Si trattava degli appunti anonimi di un seminario sulla scrittura. Non so cosa ci sia scritto nel saggio di Carofiglio.

    Quando ho letto “violentata” mi è tornato subito in mente quel passaggio. E l’ho copiato come spunto di riflessione

    Finito il formaggino, scendo al bar per un aperi-mocaccino

    1. E come la mettiamo con il latte di mandorle, che io ricordo di aver sempre sentito chiamare così? 😀

    2. “Spesso mi sono incazzato anche io per quella che hai giustamente chiamato appropriazione indebita di parole. Mi arrabbiavo a vedere che i vegani utilizzassero parole e terminologie proprie della tradizione culinaria e culturale di noi onnivori. Siete così fantasiosi? Inventatevi le vostre di parole, capperi (ops)!”

      ??????

      Hai dei problemi seri.
      #staisereno

    3. Mi pareva chiaro che il verbo “incazzare” sia stato usato in maniera volutamente estremizzata. Mica scendo in piazza a protestare per la difesa dei diritti delle terminologie onnivore!
      Detto questo, Alberto tu asserisci che io abbia dei problemi seri. Può essere che li abbia, come molte persone. Sarebbe però carino se tu mi facessi anche sapere quali siano questi miei “problemi seri”. Così magari mi puoi essere d’aiuto.
      Altrimenti lo domanderò dopodomani alla mia psicoterapeuta. Con la quale, ovviamente, faccio anche lunghe sessioni di sesso selvaggio. Come da cliché del rapporto che si instaura tra malato di mente e professionista 🙂
      Poi mi rendo conto che sto cercando di interloquire con un tizio che si esprime, e non siamo su twitter, tramite hashtag (peraltro banali) e mi sento stupido. Meglio lasciar perdere.
      §Adieu

  3. Comunque, sul sito dell’Algida c’è un bell’asterisco nella lista ingredienti di questo cornetto che recita “può contenere: latte”.

  4. Data la riuscita del latte di soia, andrebbe forse meglio chiamato sòletto, dal romanesco sòla.

  5. Cornetto è il nome di un prodotto, come Nutella, quindi se lo usa Algida, non sono i vegani ad appropriarsi indebitamente del nome. Se mai è il contrario. Algida approfitta di questa tendenza per proporre il suo prodotto nella versione vegana. Di gelati alla soia ce ne sono molti. Io mangio da anni quello della Valsoia con grande soddisfazione (non sono vegano ma intollerante al lattosio e goloso nello stesso tempo quindi…) ma nessuno di questo può chiamare il proprio prodotto “Cornetto” ma cono al gelato di soia. Diverso è il discorso per parole come cotoletta, hamburger, eccetera. Per la precisione, non per polemica. Piuttosto, è buono? Io non lo trovo da nessuna parte.

  6. Evidente che ci siano centinaia di migliaia di persone che, piuttosto che vivere nell’anonimato di una vita normale, preferiscono inventarsi intolleranze per darsi un tono, e tracannano miscugli malefici.
    E di questo la Unilever deve averne sentore, altrimenti non imbastirebbe una linea per questi psicopatici… 😉

«
Privacy Policy