Gli obiettivi di stop alla deforestazione non verranno raggiunti

I firmatari della Dichiarazione di New York sulle Foreste devono ammettere la sconfitta: la deforestazione per la coltivazione della soia non si è fermata, anzi.

Gli obiettivi di stop alla deforestazione non verranno raggiunti

L’impegno globale per fermare la conversione delle foreste in terreni agricoli sta incontrando una battuta d’arresto proprio nel settore agroalimentare. Nel 2014, durante il Summit sul Clima delle Nazioni Unite, Cargill, colosso statunitense del commercio di materie prime agricole, ha firmato la Dichiarazione di New York sulle Foreste insieme a più di cinquanta grandi aziende, tra cui McDonald’s, Nestlé e Walmart, con l’obiettivo di eliminare entro il 2020 la deforestazione dalla produzione di soia, olio di palma, carta e carne bovina, ma i boschi, però, continuano a cadere per far posto ai campi. In Brasile, secondo l’istituto di ricerca IPAM, l’area coltivata nel bioma della savana del Cerrado è cresciuta dell’87 per cento tra il 2000 e il 2015, mentre secondo i dati governativi più recenti indicano inoltre che tra il 2017 e il 2018 sono andati perduti oltre 6.600 chilometri quadrati di vegetazione nativa.

La deforestazione non si ferma

soia-amazzonia Davanti a questi numeri, i vertici aziendali hanno dovuto ammettere che la scadenza non sarà rispettata. Ruth Kimmelshue, responsabile della sostenibilità di Cargill, lo ha dichiarato ufficialmente: “Nonostante i nostri sforzi collettivi all’interno di Cargill e del settore, l’industria non raggiungerà l’obiettivo del 2020 di eliminare la deforestazione dalle nostre catene di approvvigionamento”. Gruppi come Cargill hanno un peso enorme nelle aree rurali: sono i principali acquirenti di raccolti su larga scala, come soia e mais, e finiscono così per orientare le scelte di coltivazione degli agricoltori, un’influenza che li pone sotto la lente delle organizzazioni ambientaliste .

A non aiutare in questo intento c’è anche il contesto storico e politico. Ne è un esempio il Brasile, che nello stesso anno si è affermato come primo produttore mondiale di soia, con un raccolto record di 123 milioni di tonnellate, mentre l’allora presidente Jair Bolsonaro ha manifestato l’intenzione di aprire alcune aree dell’Amazzonia ad attività commerciali, agricoltura compresa. Il conflitto tra produzione agricola ed ecologia è particolarmente evidente nel Cerrado, un bioma esteso più o meno quanto l’Arabia Saudita: qui le norme ambientali sono meno severe che in Amazzonia e la legge impone agli agricoltori di conservare solo il 20-35 per cento della vegetazione nativa, contro l’80 per cento richiesto nei terreni amazzonici. Secondo un rapporto pubblicato di recente, Cargill ha acquistato il 37,4 per cento della sua soia brasiliana proprio dal Cerrado, e il 23,1 per cento delle forniture proveniva da municipi in cui la vegetazione nativa viene trasformata in terreno agricolo a ritmi elevati.

Il mondo ha perso 489 milioni di ettari di foreste: ora recuperarli è anche un enorme affare Il mondo ha perso 489 milioni di ettari di foreste: ora recuperarli è anche un enorme affare

Quanto alla proposta, avanzata da alcuni, di abbandonare le regioni a rischio, Kimmelshue ha dichiarato: “Siamo preoccupati del fatto che chiedere alle aziende di abbandonare le regioni ad alto rischio, che è una delle soluzioni che è stata proposta da alcuni, non risolverà effettivamente il problema. Crediamo che questo si limiterà a spostare il problema spingendo gli agricoltori, interessati a migliorare i propri mezzi di sussistenza, verso altri acquirenti e che le pratiche probabilmente continueranno”. Anche di fronte alle critiche per l’allentamento dei controlli ambientali da parte dell’amministrazione Bolsonaro, l’azienda resta prudente: “La nostra comprensione e la nostra convinzione è che il governo del Brasile condivida il nostro impegno a bilanciare la protezione delle foreste con lo sviluppo economico”.

Sul fronte operativo, Cargill ha pubblicato un piano d’azione per la soia che prevede di escludere i fornitori che violano aree protette o sottoposte a embargo, che compaiono nelle liste governative sul lavoro forzato o che svolgono attività illegali. L’azienda, che nell’ultimo anno ha registrato un utile netto di 3,1 miliardi di dollari, ha inoltre stanziato 30 milioni di dollari per aiutare gli agricoltori a proteggere i boschi.
L’amministratore delegato Dave MacLennan ha presentato così l’iniziativa: “Riuniremo le menti migliori e più brillanti per identificare soluzioni innovative per porre fine alla deforestazione, a partire dal settore della soia in Brasile. Ci vorrà un’azione collettiva per risolvere questo problema, non semplicemente trasferirlo nella catena di approvvigionamento di un’altra azienda”.

I coltivatori di cacao in Africa faticano a rispettare i regolamenti europei anti deforestazione I coltivatori di cacao in Africa faticano a rispettare i regolamenti europei anti deforestazione

Gli annunci, tuttavia, non hanno convinto le organizzazioni non governative. Glenn Hurowitz, amministratore delegato di Mighty Earth, associazione che fa pressione sui commercianti di materie prime, esprime la sua perplessità senza mezzi termini: “Questo è un grande comunicato stampa sul loro impegno a rispettare semplicemente la legge, cosa che si penserebbe cercassero di fare comunque”.

Aggiungici come fonte preferita su Google