Hong Kong risolleverà la ristorazione con i rave di dumpling?

Una nuova tendenza della città è provare a resistere alla crisi del settore trasformando le sale da tè tradizionali in discoteche per una sera al mese.

Hong Kong risolleverà la ristorazione con i rave di dumpling?

Hong Kong prova a rilanciare la propria ristorazione coi rave. Nella ex colonia britannica, oggi sempre più stretta nel controllo politico ed economico di Pechino, il mondo dei ristoranti e dei locali attraversa una delle fasi più difficili degli ultimi decenni: dopo la pandemia il turismo internazionale non è tornato ai livelli sperati, molti residenti preferiscono attraversare il confine per mangiare e fare shopping nella Cina continentale — dove i prezzi sono molto più bassi — e decine di ristoranti storici della città hanno già chiuso.

È in questo scenario che locali iconici come Lin Heung Lau, storica sala da tè cantonese nata negli anni Venti, trasformano i tradizionali carrelli  pieni di cestini di dumpling in party notturni, nel tentativo di reinventare la propria identità culturale e invitare la Generazione Z a uscire di casa e frequentare i locali, insieme ai turisti che ancora resistono (47 milioni di arrivi annui, dato Reuters).

Cosa sono i dim sum rave

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La derivazione è lo yum cha, cioè il rito del tè caldo nei locali del sud della Cina e di Hong Kong. In origine, lo yum cha si svolgeva in grandi sale da tè molto affollate. Al posto di ordinare da un menu, i clienti venivano serviti direttamente attraverso carrelli mobili che giravano tra i tavoli. Su questi carrelli venivano sistemati cestini di bambù fumanti pieni di piatti pronti; i clienti sceglievano cosa mangiare direttamente dai cestini, il tutto veniva appuntato su un foglietto al tavolo e alla fine si pagava quanto consumato. Era soprattutto un rito associato al pranzo o alla cena in famiglia.

I “dim sum rave” di Hong Kong funzionano come una via di mezzo tra una serata in club e una cena tradizionale cantonese. Gli storici saloni da tè vengono trasformati, per una notte al mese, in dancefloor con luci stroboscopiche, maxi palle da discoteca, DJ set house e techno — spesso con inserti di musica cantonese — mentre continuano a circolare cestini di bambù pieni di siu mai (ravioli con maiale e gamberi), har gow (ravioli ai gamberi) e bao al maiale. Al posto del classico tè caldo vengono serviti cocktail a base di tè, birre e drink ispirati alla tradizione.

Ne esistono diversi, soprattutto in occasione di festival o nei locali gestiti da collettivi di artisti, ma il primo, il più strutturato e il più famoso è RaveDAO, nella storica sala da tè Lin Heung Lau, di cui ha parlato anche Reuters in questi giorni.

L’origine: il soft clubbing e i coffee rave

Il dim sum rave altro non è che una forma di soft clubbing, una tendenza esplosa negli anni 2010 tra Londra e New York. Tra le molte derivazioni di questa tendenza ci sono anche i cosiddetti coffee rave, eventi mattutini in cui al posto dell’alcol si bevono specialty coffee e si balla senza effetti post-sbornia.

A Hong Kong il fenomeno dei coffee rave ha preso piede dopo la pandemia, in parallelo con il cambiamento delle abitudini della Gen Z locale. Molti giovani del luogo hanno iniziato a rifiutare la cultura del drinking pesante associata ai distretti storici della nightlife come Lan Kwai Fong, preferendo eventi pomeridiani meno costosi, meno distruttivi e più compatibili con una vita lavorativa intensa. Anche i coffee rave sono, di fatto, una risposta economica alla crisi della ristorazione: attirano pubblico giovane, generano contenuti social virali e permettono ai locali di monetizzare fasce orarie normalmente poco redditizie, come il tardo mattino o il primo pomeriggio.

Insomma, quella dei dim sum rave non è una novità in senso stretto, ma si inserisce in un filone internazionale di idee per far ripartire i locali, che anche altrove non se la passano poi così bene. Al momento, a Hong Kong, sembra un fenomeno ancora limitato: se la tendenza partirà davvero vorrà dire che avrà funzionato, altrimenti il rischio è che, come in molte mete turistiche globali, anche Hong Kong finisca sempre più nel baratro degli eventi destinati al mordi e fuggi internazionale, perdendo del tutto l’anima, senza nemmeno provare ad adattarla ai tempi che corrono.

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