I social delle gelaterie sono più standardizzati del gelato che vendono

Una dritta per distinguere le gelaterie artigianali da quelle che non lo sono? "Il libro ingredienti", suggerirebbe il saggio. Ma anche guardare ai social non è una cattiva idea.

I social delle gelaterie sono più standardizzati del gelato che vendono

Le pagine social delle gelaterie su Instagram e Tik Tok di questi tempi sono spaventosamente tutte uguali, al limite del distopico. Stesse riprese, stessi trend scopiazzati, stessi audio e musichette pompate stile autoscontri. In pratica un tormentone in loop da cui non si esce più, a meno di dar da mangiare (virtualmente e letteralmente) qualcosa di diverso all’algoritmo.

E non sono solo i contenuti a essere uguali identici – e, dopo l’ennesimo Annamo a pia’ n gelato, pure fastidiosi. Lo è anche la sostanza: quella del gelato stesso, praticamente interscambiabile come le gelaterie che lo propongono. Un gelato, va detto, evidentemente di fascia mediocre, con le tipiche caratteristiche del prodotto piacione carico di aria e zuccheri. E pure lui all’inseguimento dei trend del momento, dal gusto Dubai Chocolate al mega variegato Nutella-biscotti-arachidi-cassata e chi più ne ha più ne metta a seconda di cosa va. Perché è proprio questo il punto: sui social o in vaschetta, il gelato 2026 punta su quantità e massimalismo piuttosto che sulla qualità.

I trend tormentone del 2026

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Ma di cosa parliamo esattamente quando ci riferiamo ai trend delle gelaterie? Non ci vuole, ahimé, molto per scoprirlo. Ne è testimone la sezione reel di Instagram, che appena le viene dato l’input giusto comincia a propinarci una sequela impressionante di video fatti con lo stampino. Talmente uguali che ci viene quasi la nostalgia dei teatrini cringe dei ristoratori, che almeno si riprendevano (e per inciso continuano a farlo) con un minimo di script e recitazione poco convinta. Ma ehi, almeno era originale.

Il cringe spiegato attraverso i video dei ristoratori Il cringe spiegato attraverso i video dei ristoratori

Qua invece siamo su tutt’altro piano. Innanzitutto c’è il fattore food porn: close up di gelati goduriosi, tipicamente creme variegate con “gusci” di cioccolato o granella riprese da molto vicino. Una mano anonima armata di spatole le rompe e le accarezza, estraendole con gesto teatrale per riporle su coni e coppette brandizzate. In alternativa la sequenza di tutto il banco a immortalare montagne di gelati gonfi e decorati con biscotti, canditi, frutta fresca. Una cornucopia tutta a favore dell’occhio.

Ristoratori: invece di fare reel stupidi, fateci vedere un po’ di cibo Ristoratori: invece di fare reel stupidi, fateci vedere un po’ di cibo

Subito dopo arriva la quasi onnipresente caption. La fiera delle banalità e dei luoghi comuni sforna frasi tipo l’immancabile “Come va la dieta?”, “POV: io quest’estate”, oppure “Lo sapevi che… rimuovere il gelato dalla tua dieta può aiutarti a perdere più del 60% della voglia di vivere?”. Ce ne sono in stile sarcastico (“Ho cercato i miei sintomi su Google, a quanto pare era solo mancanza di gelato”), accondiscendente (“Ti invito a invitarmi a prendere un gelato”), assertivo (“L’iniziale che esce dovrà offrirti un gelato”).

E poi ci sono gli audio, probabilmente la componente più alienante quando centinaia di video tutti uguali ti appaiono uno dopo l’altro. E ci si rende conto che la minestra è sempre quella. Oltre agli ormai dichiarati e ahimè inevitabili tormentoni estivi, assistiamo alla carrellata di audio cosiddetti virali che costituiscono la fonte ghiotta e inesauribile per gli SMM delle gelaterie.

C’è quello ricavato da Pagliaccy, intervistatrice di signori anziani che alla domanda “Una cosa a cui lei non potrebbe mai rinunciare?” riceve come risposta il gelato. C’è Gianna Pratesi, la mitica centenaria anti fascista invitata a Sanremo che dichiara “Gelato due volte al giorno” come pasto preferito (e presumibilmente segreto di longevità). O ancora quello che con voce enfatica sostiene che “Il gelato si mangia tutti i giorni che finiscono con la i”. E così via, una cento mille volte a ripetizione.

Video 2.0 , gelato anni 90

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La visione di questi contenuti ci porta a un’altra riflessione: che tipo di gelato viene proposto nei video. La media, bisogna ammettere, non sprizza qualità eccelsa. Nessuno ha il giudizio in mano. Ma è anche vero che non serve il super panel di degustatori che ogni anno qui a Dissapore vi consegna la lista delle liste delle gelaterie artigianali italiane. Qui basta l’occhio, e un pizzico di buon senso. D’altronde si punta tutto sulla vista.

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Il protagonista di questi trend reiterati ad infinitum è tutto uguale. Massimalista e carico di topping, fra cui biscotti confezionati, barrette, bonbon, pasticcini più o meno fatti in casa. Il gelato social si deve vedere da lontano un chilometro, alto, gonfio e coloratissimo. Altre volte si ferma al bordo, e in quel caso è completamente ricoperto da strati su strati di caramello, sciroppo, cioccolato fuso. Per arrivare al gelato vero e proprio, bisogna scavare, in tutti i sensi.

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Il gelato social insomma pare uscito dagli Novanta, con i suoi eccessi di variegati, gusti al puffo e creme ispirate ai prodotti industriali. Vista così, forse capiamo perché le gelaterie puntano tutto sul contenuto digitale: probabilmente quello reale non è un granché. Non ci sono dubbi che si tratti di un prodotto fatto apposta per piacere, alla vista prima di tutto ma anche al palato. Quindi presumiamo che questo gelato sia effettivamente goloso, specie per i più giovani che cercano il food porn da fotografare e da divorare.

Non siamo qui a dire fa schifo, ecco. Di sicuro però non è assimilabile al gelato artigiano di qualità, senza orpelli e colori al neon. Dove il gelato ha sfumature naturali, o non si vede proprio laddove conservato nei pozzetti. E in cui la comunicazione del prodotto, social compresi, è diametralmente opposta. Niente canzonette, magari qualche pippone di troppo sulla filiera ma facciamo volentieri a cambio. Il risultato si vede (meno) e di sicuro si gusta meglio.

Care gelaterie social, volete la verità? Video omologati e gusti virali hanno rotto. Annoiano e sovraccaricano a livello digitale e sensoriale, e vi assicuriamo che occhi, orecchie e papille ne escono esausti. Se volete un consiglio, soffermatevi meno sul contenuto social e più sul contenuto in vaschetta. I nostri sensi vi ringrazieranno.