Il 97% dell’industria alimentare si basa sullo sfruttamento del lavoro

I numeri di un recente report sono impietosi, e impongono cambiamenti radicali nel settore.

Il 97% dell’industria alimentare si basa sullo sfruttamento del lavoro

Ogni giorno, milioni di consumatori acquistano e consumano prodotti alimentari riempiendo gli scaffali e le proprie tavole senza fermarsi a pensare al viaggio compiuto da ciascun ingrediente per arrivare fin lì. Dietro l’apparente efficienza della filiera globale si nasconde tuttavia una realtà dolorosa, dove il prezzo reale del cibo viene spesso pagato da lavoratori vulnerabili la cui libertà e dignità sono state calpestate: si stima infatti che oggi oltre 50 milioni di persone nel mondo vivano in condizioni di moderna schiavitù , e un’ampia porzione di questa piaga è legata al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento internazionali.

Una situazione resa ancora più drammatica dai numeri raccolti da un recente rapporto pubblicato dalla British Standards Institution insieme al Chartered Institute of Procurement & Supply, che ha rivelato come ben il 97% delle aziende del settore alimentare e delle bevande ha identificato casi di fruttamento e gravi violazioni dei diritti del lavoro nelle proprie catene di fornitura nell’ultimo anno. Si tratta della percentuale più alta registrata tra tutti i settori economici analizzati. A livello globale e multisettoriale, la cifra rimane impressionante: il 96% delle organizzazioni intervistate ha confermato di aver riscontrato abusi lavorativi lungo la propria filiera.

I numeri della moderna schiavitù

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Dietro questi numeri astratti vi sono storie umane segnate da inganni e privazioni. È il caso di Manny, un uomo giunto nel Regno Unito dal Pakistan con un visto per lavoratori qualificati dopo aver concordato un impiego come responsabile della ristorazione. All’arrivo, il suo datore di lavoro gli ha chiesto un pagamento di 20.000 sterline per le spese del visto, minacciando di farlo deportare immediatamente se non avesse saldato la cifra. Per mantenere il lavoro, Manny ha contratto un debito soffocante, finendo per essere costretto a lavare piatti e pulire per oltre 75 ore a settimana, senza pause, recluso nella struttura e privato del proprio passaporto.

Una dinamica simile ha travolto Peter, un altro lavoratore della ristorazione arrivato con un visto lavorativo e subito gravato da un debito inventato di 5.000 sterline, trattenuto direttamente dallo stipendio dal suo datore di lavoro. Quando Peter ha finito di ripagare quella somma attraverso lavoro gratuito, il debito è stato arbitrariamente aumentato di altre 10.000 sterline sotto la minaccia di revoca del visto.

I dati evidenziano un profondo e pericoloso divario tra la fiducia esibita dai vertici aziendali e l’effettiva capacità di monitoraggio sul campo. Se l’80% dei leader aziendali ritiene di possedere prove sufficienti per dimostrare che nelle proprie catene di fornitura non esistano pratiche di moderna schiavitù, soltanto il 22% delle aziende del settore alimentare dichiara di avere una contezza completa sui fornitori terzi. Scendendo più a fondo nei livelli della filiera, questi numeri crollano ulteriormente, e appena il 18% delle imprese possiede una conoscenza approfondita dei fornitori di terzo livello e oltre.

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Non solo: quasi due aziende alimentari su cinque, pari al 39%, non richiedono contrattualmente ai propri fornitori diretti di dichiarare i propri subfornitori, limitando drammaticamente la possibilità di individuare gli episodi di sfruttamente. Anche sul fronte delle segnalazioni interne la situazione appare critica, con solo il 36% delle imprese del settore cibo e bevande in grado di dimostrare l’impatto reale dei propri meccanismi di segnalazione e whistleblowing.

Analizzando questa discrepanza, Harold Pradal, Presidente degli Assurance Services presso BSI, ha dichiarato: “Questi risultati dimostrano chiaramente che le organizzazioni cercano in modo proattivo i rischi di schiavitù moderna e ne trovano alcuni. La sfida consiste quindi nell’essere in grado di dimostrare l’impatto e mostrare che questi interventi stanno migliorando i risultati per i lavoratori. Affrontare il rischio della schiavitù moderna significa promuovere un cambiamento significativo.”

Prosegue Pradal: “Mentre le aspettative normative continuano ad evolversi, le organizzazioni devono andare oltre gli approcci guidati dalla conformità e concentrarsi sulla misurazione dei risultati, sul rafforzamento della visibilità dei fornitori e sulla costruzione di una maggiore trasparenza e fiducia. La sfida non è più se le aziende stiano agendo, ma se possano dimostrare che la loro azione sta portando reali miglioramenti per i lavoratori vulnerabili.”

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Una delle sfide più complesse da affrontare per le aziende riguarda le azioni da intraprendere una volta scoperti gli abusi lungo la catena di approvvigionamento. Di fronte a un’infrazione, oltre la metà delle aziende intervistate, pari al 54%, ha scelto di non risolvere immediatamente il contratto con il fornitore, preferendo documentare gli abusi e collaborare per rimediare al problema. Al contrario, il 31% ha optato per l’interruzione immediata del rapporto commerciale, mentre l’11% ha ammesso una risposta limitata.

Justine Carter, Vice Amministratore Delegato dell’organizzazione Unseen, riflette sulle conseguenze di queste scelte: “Quando scopriamo lo sfruttamento, il nostro primo istinto è agire, e agire rapidamente. Ma interrompere una relazione con un fornitore non è sempre la risposta più forte o più responsabile. Ci saranno momenti in cui allontanarsi sarà necessario, ma farlo immediatamente può significare perdere l’opportunità di guidare il cambiamento, spingere lo sfruttamento ancora più lontano dalla vista e, soprattutto, lasciare i lavoratori vulnerabili in una posizione ancora più difficile.”

Carter ha poi ulteriormente approfondito l’importanza di mettere al centro le vittime e valutare l’impatto delle proprie decisioni commerciali: “Per me, la risposta corretta deve sempre iniziare dalle persone coinvolte. Dobbiamo proteggere i lavoratori, ascoltare attentamente, capire cosa ha permesso al danno di verificarsi e lavorare con i fornitori per rimediare. Ciò significa anche verificare che il cambiamento sia reale e duraturo, ed essere pronti ad aggravare le misure quando non lo è”.

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Bisogna anche affrontare l’elefante nella stanza, senza ipocrisie: “Dobbiamo anche essere onesti con noi stessi e farci una domanda difficile: in che modo le nostre decisioni commerciali potrebbero aver contribuito? La pressione sui prezzi, le tempistiche irrealistiche e il modo in cui sono strutturati i contratti possono ripercuotersi lungo tutta la catena di fornitura e creare le condizioni in cui lo sfruttamento attecchisce. L’approvvigionamento responsabile riguarda quindi anche l’assunzione di responsabilità da parte dei compratori, senza aspettarsi semplicemente che siano i fornitori a farsene carico da soli.”

Per superare la frammentazione e la mancanza di visibilità che caratterizzano le filiere moderne, le organizzazioni devono smettere di considerare la trasparenza come una semplice raccolta di dati e iniziare a utilizzarla come uno strumento attivo di intervento. Su questo punto, Maxfield Weiss, Responsabile Globale della Sostenibilità presso CIPS, è molto chiaro: “La visibilità non deve diventare un semplice esercizio di raccolta dati. L’approvvigionamento deve sapere dove si annidano i rischi maggiori per le persone e utilizzare tale consapevolezza per guardare più a fondo nelle catene del valore rilevanti. È fondamentale creare le condizioni per la trasparenza. Se i fornitori credono che identificare o rivelare un problema porterà automaticamente a una punizione, rischiamo di incentivare l’occultamento piuttosto che l’apertura. L’obiettivo non è la visibilità fine a se stessa, ma una visibilità che permetta l’intervento.”

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È evidente come sradicare la schiavitù moderna dall’industria alimentare sia una sfida fondamentale e richieda un cambio di paradigma radicale: le aziende non possono più accontentarsi di un’apparente conformità legale o di audit superficiali e la vera responsabilità commerciale si misura nella capacità di proteggere concretamente i lavoratori vulnerabili, garantendo che il cibo che arriva sulle nostre tavole non sia mai il frutto di coercizione, debito e sofferenza umana.

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