“Schiavi del gelato”: l’inchiesta che scuote le gelaterie italiane in Germania

Il presidente del Veneto Luca Zaia e le autorità locali chiedono tutela del lavoro, ma dietro lo scandalo potrebbero esserci altri interessi, legati alle concessioni delle cittadinanze italiane da parte dei discendenti degli emigrati veneti in Sudamerica.

“Schiavi del gelato”: l’inchiesta che scuote le gelaterie italiane in Germania

L’amore della Germania per il gelato italiano è evidente anche a chi ne ha una frequentazione occasionale, e i numeri lo confermano: con più di 9 mila attività di gelateria operative, quello tedesco è il secondo mercato più importante subito dopo l’Italia, e questo legame è ancora più profondo con il veneto, regione da cui i maestri dell’arte fredda sono partiti nella seconda metà dell’ottocento, facendo di coni e coppette simboli storico di riscatto e successo dell’emigrazione italiana.

Non poteva quindi che suscitare forti reazioni la bufera mediatica suscitata dal corposo reportage pubblicato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, che ha sollevato pesantissime accuse di sfruttamento del lavoro stagionale all’interno del settore, arrivando a sollecitare la risposta formale del Presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, e implicando legami molto più sinistri con la recente crisi delle cittadinanze italiane da parte dei discendenti di veneti immigrati nell’800 in Brasile e Argentina. Una questione davvero complicata, in cui cercheremo di fare un po’ di ordine.

Le accuse della Süddeutsche Zeitung

 

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L’inchiesta giornalistica è stata presentata ai lettori con una scelta iconografica decisamente provocatoria: l’immagine di una giovane ragazza in tenuta a righe da carcerata, che porge una coppa di gelato verso l’obiettivo della fotocamera, accompagnata dalla dichiarazione “in Germania veniamo trattati come schiavi“. Stando a quanto riportato nel dettaglio dall’articolo, i lavoratori stagionali del comparto subirebbero turni massacranti,  settimane lavorative lunghe fino a ottanta ore e turni da dodici ore giornaliere nei mesi più caldi della stagione estiva, a fronte di stipendi mensili che si aggirerebbero mediamente attorno ai milleottocento euro e un solo giorno libero a settimana, non sempre rispettato.

Contestazioni estremamente pesanti, che sono rimbalzate immediatamente sulle Dolomiti, scuotendo profondamente le comunità di territori come la Val di Zoldo, il Cadore e Longarone, storicamente legati al settore.

Il presidente Zaia, è intervenuto direttamente sulla vicenda con una nota ufficiale volta a difendere l’onorabilità dei lavoratori: “I gelatieri veneti e italiani che lavorano in Germania vanno difesi senza se e senza ma. Parliamo di una grande comunità di persone perbene, di lavoratori e imprenditori che hanno costruito nei decenni con sacrificio, determinazione, forza di volontà e tenacia una delle più belle storie dell’emigrazione veneta nel mondo. Trasformare eventuali singoli casi in un’accusa generalizzata contro un’intera categoria significa offendere generazioni di uomini e donne e, insieme a loro, una parte importante della storia della nostra terra, che ha saputo far vedere al mondo cosa significhi emigrare con rispetto e voglia di integrazione in un altro Paese“.

La questione degli oriundi

gelato germania

Parallelamente alla presidenza regionale, anche i sindaci bellunesi e i vari esponenti delle associazioni locali di categoria non le hanno mandate a dire. Camillo De Pellegrin, sindaco di Val di Zoldo, ha commentato con asprezza: “È un attacco violentissimo, fa riferimento proprio a Belluno, a Zoldo e Longarone, da dove è partita questa emigrazione“.

Pur ammettendo “che qualcuno non rispetti le regole può succedere“, il primo cittadino ha rifiutato l’idea che si possa criminalizzare l’intero settore. Sulla stessa lunghezza d’onda, Roberto Padrin, sindaco di Longarone: “non si può fare di tutta l’erba un fascio. Lede una storia fatta di gelatieri che con sacrificio, passione e impegno hanno valorizzato il gelato artigianale“. Dal canto suo, il presidente dell’associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona, ha parlato esplicitamente di “eventuali isolate mele marce” e ha chiesto alle autorità e ai giornalisti di indicare con precisione “nome, cognome e l’esercizio specifico” degli eventuali trasgressori, anziché formulare accuse generiche e indistinte.

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Anche Vincenzo Pennestri, presidente dell’Associazione italiana gelatieri, ha voluto ridimensionare l’allarme basandosi sulle attuali tecnologie produttive, spiegando che oggi le condizioni sono diverse rispetto a venti o trent’anni fa e aggiungendo che “nella mia gelateria riesco a fare 1.400 chili di gelato nel turno che va dalle 7 alle 14. E se a mezzanotte finisce il fior di latte ho una cella di stoccaggio non c’è bisogno di fare tante ore“.

Ma la questione non è solo legata allo sfruttamento del lavoro, e secondo lo stesso De Pellegrin c’è molto di più, aggravandola fino ad arrivare dalle parti della vera e propria crisi diplomatica. Secondo il primo cittadino di Val di Zoldo infatti, c’è una stretta correlazione con l’eccezionale afflusso di richieste di cittadinanza da parte dei cosiddetti oriundi, ovvero i discendenti degli emigrati veneti in Sudamerica, in particolar modo residenti in Brasile.

Da un lato, le fonti relative a questa vera e propria corsa al passaporto italiano evidenziano numeri impressionanti: alla fine del 2024, nei tribunali del distretto della Corte d’Appello di Venezia erano pendenti ben 19.003 cause civili per il riconoscimento della cittadinanza via ius sanguinis, una cifra che rappresenta da sola il 41% dell’intero contenzioso nazionale in materia e che mette a serio rischio il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr sulla riduzione dei tempi della giustizia civile.

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E proprio De Pellegrin vive questa emergenza in prima persona nel suo comune, che conta appena 2.600 residenti effettivi sul territorio ma deve gestire ben 1.800 iscritti all’anagrafe che hanno ottenuto il passaporto italiano pur continuando a vivere stabilmente in Brasile, oltre a 646 ulteriori pratiche tuttora giacenti negli uffici comunali. Il sindaco ha inoltre sottolineato con preoccupazione come quasi nessuno di questi nuovi cittadini decida poi di trasferirsi effettivamente in Italia: “Nessuno dei richiedenti si trasferisce a vivere in Italia. In tutti questi anni qui se ne contano quattro o cinque al massimo. In compenso, ora che ci sono le regionali in Veneto dovremo spedire loro il certificato elettorale perché hanno diritto di voto“.

De Pellegrin non nasconde i suoi timori: “con quel documento può arrivare in Italia quando vuole, muoversi in Europa, approfittare del nostro sistema sanitario o sociale. E non sottovalutiamo che col passaporto italiano diventa molto più facile ottenere un permesso di lavoro negli Stati Uniti. Ma ho il timore che dietro tutto ciò si muovono interessi di natura economica non sempre limpidi“.

E sono proprio questi oriundi a costituire buona parte della forza lavoro impiegata nelle gelaterie incriminate dall’inchiesta dal Süddeutsche Zeitung. Una correlazione spiegata anche dal presidente di  Uniteis (l’associazione dei gelatieri artigiani italiani in Germania), Augusto De Pellegrin, secondo cui molte delle attività commerciali finite nel mirino della magistratura e della stampa tedesca in realtà non sono gestite da italiani di origine locale, bensì da cittadini sudamericani provvisti di passaporto italiano: “tante gelaterie non sono più gestite da noi, sono state rilevate da oriundi brasiliani… Le pecore nere ci saranno senz’altro, però far passare l’idea che l’illegalità sia appoggiata dagli italiani è inconcepibile“.

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Molti sono oriundi con passaporto italiano” – ribadisce il presidente – “perciò risultano italiani nelle statistiche ma provengono da Urussanga, comune brasiliano dello Stato di Santa Catarina“. Ed è proprio da lì che si muove un imponente flusso migratorio stagionale, agevolato da agenzie private che, secondo le stime del giornale tedesco, vendono ogni anno tra i 3.000 e i 4.000 biglietti di viaggio diretti verso la Germania. Alla luce di questo legame indissolubile, il sindaco Camillo De Pellegrin ha avanzato un’ipotesi suggestiva: “Ma non è che il problema sia la recente stretta italiana sul riconoscimento della cittadinanza per discendenza agli oriundi brasiliani? Cosa c’è di meglio che attaccare quei gelatieri che, in origine, hanno portato questi oriundi in Germania?“.

Lo sfruttamento dei lavoratori della ristorazione va condannato, e la tutela del lavoro e l’onorabilità di una delle categorie storiche dell’imprenditoria veneta all’estero sono fondamentali, ma la connessione con questioni politiche molto più grandi sembra evidente, intrecciandosi inestricabilmente con le farraginose procedure di ottenimento della cittadinanza, e agli interessi dietro la sua concessione.

I rappresentanti istituzionali e associativi locali continuano a invocare a gran voce una decisa presa di posizione da parte del governo italiano per proteggere l’immagine del paese e dei suoi lavoratori onesti all’estero, come ha ribadito il sindaco De Pellegrin, concludendo il suo appello alle autorità centrali di Roma: “Non ci si può sempre vantare della fetta di Paese all’estero che fa ben figurare l’Italia, se quando arrivano accuse infamanti nessuno la difende“.

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