L’ufficialità della messa in vendita di BrewDog ha suscitato poche sorprese e numerose polemiche, come spesso capita con le vicende del birrificio che fu punk, ma in quella che sembrava un’ormai banale operazione corporate c’è stato un colpo di scena, questo sì, inaspettato: tra i nomi dei potenziali acquirenti è apparso quello di James Watt, (sì, quel James Watt) uno dei due storici fondatori del marchio.
Watt, che si era dimesso da amministratore delegato nel 2024, starebbe quindi cercando di riprendere il controllo del colosso della birra artigianale con una mossa che sta facendo parecchio rumore nel settore. Secondo gli ultimi aggiornamenti, l’ex boss si è detto pronto a mettere sul piatto circa 10 milioni di sterline del suo patrimonio personale per guidare una cordata di investitori e salvare l’azienda, che sta attraversando un periodo finanziariamente molto complicato.
Un ritorno al punk?

La situazione attuale per BrewDog non è decisamente delle più rosee. Nonostante un fatturato che nel 2024 si è aggirato intorno ai 280 milioni di sterline, il gruppo ha registrato una perdita di oltre 34 milioni, seguendo la scia negativa dell’anno precedente. Questo ha spinto la società ad affidarsi agli esperti di AlixPartners per gestire un processo di vendita che è ormai entrato in una fase cruciale.
L’azienda ha cercato di rassicurare consumatori e mercato, con dichiarazioni non proprio convincenti, sostenendo che “come molte aziende che operano in un clima economico difficile e che affrontano costanti venti contrari a livello macroeconomico, BrewDog riesamina regolarmente le proprie opzioni con l’obiettivo della forza e della sostenibilità a lungo termine”, aggiungendo inoltre come la scelta di vendere sia un “passo deliberato e disciplinato inteso a rafforzare il marchio e le operazioni, esprimendo fiducia nel fatto che il processo attirerà un interesse sostanziale da potenziali sostenitori”.
Uno dei punti più caldi di questa vicenda riguarda i circa 220.000 piccoli investitori, i famosi Equity for Punks, che negli anni hanno versato circa 75 milioni di sterline nel progetto, con molti di loro preoccupati che una vendita a grandi gruppi multinazionali possa polverizzare il valore dei loro investimenti. L’offerta di Watt, però, sembrerebbe voler tutelare almeno in parte questi fan della prima ora, prevedendo che circa un quinto della società rimanga nelle loro mani. Inoltre, si parla del fatto che il piano includa il ripristino del salario minimo garantito, il Real Living Wage, che era stato sospeso nel 2024 scatenando non poche polemiche tra i dipendenti.
Non tutti sono convinti che la partita si chiuderà facilmente. Richard Wyborn, un esperto del settore ed ex dirigente di SABMiller, ha una visione piuttosto pragmatica sulla possibile vendita. Secondo lui è probabile che “i pub e i marchi vengano venduti separatamente o smembrati se l’azienda dovesse finire in mano al private equity, con i birrifici internazionali da vendere al valore contabile”.
Wyborn ha anche aggiunto: “Per me l’attività legata al marchio è la più interessante. Sebbene sia possibile che una delle grandi aziende si interessi a questo, penso che sia più probabile che vada al private equity o a uno dei principali indipendenti con una forte presenza nel Regno Unito come Damm o Mahou San Miguel. Onestamente non vedo le grandi aziende preoccuparsi. I birrifici non sono necessari e hanno tutti problemi più grossi da gestire”.
Mentre Watt cerca di tornare in sella, la competizione si fa serrata. Altri potenziali acquirenti, tra cui colossi del beverage e fondi di private equity, stanno valutando le loro mosse per accaparrarsi marchi di grande valore come Punk IPA. Resta da vedere se il tocco del fondatore sarà sufficiente a convincere i venditori e a riportare BrewDog ai fasti di un tempo, o se il futuro del punk della birra sarà scritto da qualcun altro. Per ora, le bocche restano cucite: Watt, BrewDog e AlixPartners hanno preferito non rilasciare ulteriori commenti ufficiali sull’avanzamento delle trattative.

