Se ne è parlato per tutto il mese di luglio a Bruxelles, dove il comparto apistico europeo ha portato il proprio caso all’attenzione delle istituzioni comunitarie. Nel corso di un incontro ospitato al Parlamento europeo il primo luglio, Miele in Cooperativa e le altre organizzazioni del settore hanno denunciato una concorrenza ritenuta ormai insostenibile, chiedendo alla Commissione europea di introdurre strumenti di salvaguardia contro le importazioni a basso costo e di rafforzare i controlli sul miele proveniente dai Paesi extra UE.
Il problema è che l’Europa importa molto miele dai cosiddetti mercati Mercosur (Mercato Comune del Sud – il principale blocco economico del Sud America), dal Messico e dall’Ucraina, con cui, per accordi commerciali bilaterali, il miele arriva senza essere sottoposto a dazi. Tuttavia si tratta di un miele fino a dici volte più economico di quello prodotto in Italia: esistono mieli, prodotti importati venduti nell’Unione Europea anche a 1,4 euro al chilo all’ingrosso.
Inoltre la Commissione europea negli ultimi anni ha scoperto numerosi casi di miele sospettato di essere adulterato con sciroppi zuccherini. È uno dei motivi che ha portato alla revisione della Direttiva Miele, approvata dall’Unione europea nel 2024. Le nuove norme impongono un’etichettatura più trasparente, con l’indicazione dei Paesi di origine del miele in ordine decrescente di quantità, e rafforzano i controlli sulla tracciabilità per contrastare frodi e adulterazioni.
Come mai il miele italiano è così costoso (da produrre e da acquistare)?
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Il rapporto Honey Cost, pubblicato dal CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) il 24 luglio 2026 e realizzato insieme all’Osservatorio Nazionale Miele, rappresenta la prima indagine statistica europea sui costi di produzione dell’apicoltura. Basato sui dati del biennio 2023-2024, misura in modo sistematico i costi, le rese e la sostenibilità economica delle aziende apistiche italiane.
Il dato più sconvolgente che emerge dall’indagine è che il margine economico si aggira a 65 euro per alveare, il che spiega perché molti apicoltori non lo sono di professione ma svolgono l’attività a livello amatoriale. In media, secondo lo studio Honey Cost, produrre un kg di miele costa circa 9,7 euro al chilo, e comprende ovviamente anche il costo del lavoro.
Il problema del costo del lavoro deriva soprattutto dal cosiddetto nomadismo apistico, necessario nel nostro territorio. Molti apicoltori italiani spostano gli alveari più volte durante l’anno per seguire le diverse fioriture — acacia, castagno, tiglio, agrumi, sulla, eucalipto, millefiori di montagna — con costi importanti per carburante, manodopera e attrezzature. Il nomadismo è necessario anche per via del cambiamento climatico: primavere piovose, gelate tardive, ondate di caldo e lunghi periodi di siccità riducono le fioriture e costringono spesso gli apicoltori ad alimentare artificialmente gli alveari o a effettuare ulteriori spostamenti. In pratica, aumentano le spese proprio mentre diminuisce la quantità di miele prodotta.
Sono costi che incidono molto più che in sistemi produttivi intensivi o in Paesi dove la produzione è concentrata su grandi estensioni agricole e il costo del lavoro è decisamente inferiore.
Infine c’è il problema della domanda. L’UE produce circa 240 mila tonnellate, ma ne consuma molte di più ed è autosufficiente solo per circa il 60%. Per questo motivo siamo costretti ad importare miele dall’estero.
Il mercato interno invece è un mercato piccolo: gli italiani consumano poco miele, in media 500 grammi a testa, contro 1,5 kg a testa dei tedeschi. Per la legge del mercato dunque sul mercato interno il miele deve costare poco, nonostante gli alti costi di produzione, dunque, uno dei modi per avere più miele italiano sarebbe cominciare a mangiarlo.

