Dopo tante polemiche, il futuro del Noma era a rischio. Le accuse rivolte allo chef René Redzepi da Jason Ignacio White, ex responsabile ricerca e sviluppo presso il Nome Fermentation Lab, erano tali da causarne la chiusura per sempre. Poteva (e forse doveva?) essere una macchia indelebile, quella delle accuse di maltrattamenti e violenze da parte di uno degli chef più celebri del mondo. Nelle intenzioni di chi fece partire tutto di certo doveva essere così, e anzi avrebbe dovuto essere l’inizio di un MeToo della ristorazione, che bisogna dire che non c’è stato quasi per nulla.
In pochi hanno parlato, in pochi hanno condiviso altre storie di violenza, e probabilmente non perché le cucine non ne abbiano da raccontare, ma perché, nonostante i cambiamenti sicuramente in atto, siamo troppo lontani da una rivoluzione culturale reale, e la paura di chi ha subito è ancora tanta.
Alla fine, anche alle proteste organizzate all’esterno del pop up del Noma di Los Angeles non hanno avuto quella risonanza e quella partecipazione che ci si attendeva, nonostante la notizia delle denunce a René Redzepi avesse fatto il giro del mondo. Di certo lo chef è stato molto bravo a gestire la situazione nel modo più drastico e credibile che poteva: non solo ha chiesto scusa pubblicamente, ma ha anche lasciato la guida della cucina che in quel momento si trovava con il suo pop up nella West Coast degli Stati Uniti. Pop up che peraltro, anche prima delle accuse di maltrattamento, sembrava aver perso un po’ di hype: passata la novità e la curiosità del Noma, c’era da chiedersi se qualcosa non stesse già cambiando nella percezione del ristorante che fu il laboratorio dell’alta cucina nordica.
Il negozio pop up del Noma a Silver Lake

In realtà, evidentemente, l’attenzione e la curiosità create intorno alla creatura di René Redzepi rimangono alte, e la vicenda in cui lo chef è stato coinvolto non ha segnato più di tanto la reputazione del brand. Che, tra parentesi, si dimostra di una forza che in pochi potevano immaginare, per uscire indenne da una bufera di tali proporzioni.
Sta di fatto che è successo, e lo dimostra l’apertura del pop up store del Noma a Silver Lake, avvenuta in un clima normale, senza proteste e con un ottimo successo di pubblico.
Il negozio del Noma Projects, che porta in giro i prodotti creati dal laboratorio del ristorante (un tempo disponibili solo online) e il merchandising legato al marchio del ristorante di Chopenaghen, ha aperto nel centro commerciale Sunset Row subito dopo le proteste scatenate dalle accuse di Jason Ignacio White. Probabilmente l’apertura era ormai prevista e fissata, e non si poteva fare altrimenti che andare avanti.
Nel negozio si trovano cose come il garum di funghi, l’aceto di rose selvatiche, una versione alla zucca del katsuobushi giapponese, una salsa chili che lo staff del Noma ama usare per i propri pasti, le kombucha realizzate in collaborazione con Fermensch Kombucha. Cose così, che sembrano piacere al pubblico che – raccontano le cronache – entrano ed escono dal negozio, senza che in questi giorni si sia visto neanche un manifestante.
Insomma, per il pop up che starà aperto fino alla fine dell’estate, problemi non ce ne sono stati: forse, a salvare la situazione, è stato il messaggio che alla fine Noma Projects va oltre Redzepi e rappresenta un lavoro di squadra. O forse, semplicemente, il MeToo non è stato forte quanto si credeva.
