Il settore vitivinicolo italiano sta attraversando una stagione di profonda inquietudine, sospeso tra le dinamiche dei mercati globali e le decisioni politiche che giungono da oltreoceano. In questo ambito così turbolento, le recenti manovre dell’amministrazione Trump, che hanno introdotto un nuovo quadro normativo con dazi al 10 per cento per gran parte delle produzioni dell’Unione Europea, rappresenta di certo un lieve miglioramento rispetto alle tariffe precedenti, ma gli operatori del settore non gridano al miracolo e mantengono un atteggiamento decisamente prudente.
Persi 360 milioni di euro di export verso gli USA
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Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini, ha accolto la notizia con cautela, sottolineando come la stabilità sia ancora lontana: “I nuovi dazi al 10% flat sono leggermente migliorativi rispetto ai precedenti. Fin qui è una notizia confortante, ma preoccupano le indagini sulla sovraccapacità produttiva che rischiano di generare ulteriori tariffe; la speranza è che questa seconda decisione resti nell’ambito dell’accordo Ue-Usa dello scorso agosto e non superi il tetto del 15%. Se c’era la possibilità di stabilizzare definitivamente le posizioni sul piano commerciale, il riferimento a queste indagini rischia di alimentare l’incertezza in un momento in cui già la svalutazione del dollaro e il calo del potere di acquisto stanno facendo molto male al vino. Siamo convinti che di questo il nostro Governo e Bruxelles terranno conto”.
I dati economici dell’ultimo periodo delineano un quadro complesso e a tratti allarmante. Dalla primavera del 2025, in quello che è stato ribattezzato il “Liberation Day” delle politiche commerciali americane, il vino italiano ha visto sfumare oltreoceano circa 360 milioni di euro, segnando un calo del 16 per cento nel valore delle vendite. I primi mesi del 2026 sono stati registrati come i peggiori dal 2017, con i vini rossi fermi e i bianchi che hanno subito le flessioni più pesanti, rispettivamente del 18 e del 17 per cento.
In questo scenario il vino soffre la sua natura di bene non primario, diventando uno dei primi sacrifici nei bilanci delle famiglie americane colpite dalla perdita di potere d’acquisto. Paolo Castelletti, segretario generale di Uiv, ha evidenziato questa fragilità: “Dall’istituzione dei dazi, per il vino italiano ed europeo non è stato possibile stabilizzare le vendite con gli Stati Uniti. Se ci sono dei settori che si sono dimostrati in grado di reagire commercialmente alle tariffe, lo stesso non si può dire per il vino, che è un bene voluttuario e quindi più esposto al risparmio da parte di una domanda già in calo sulle quantità consumate. Il vino oggi ha bisogno di aiuto e necessita di un budget straordinario per la promozione all’estero a partire proprio dagli Usa”.
Mentre mercati storici e consolidati come gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito mostrano segnali di contrazione, l’export italiano cerca ossigeno in direzioni diverse, trovando risposte positive in mercati emergenti o in ripresa come il Brasile, la Cina e la Russia, anche se la soluzione alla crisi non sembra risiedere solo nella ricerca di nuovi sbocchi, ma in una profonda revisione delle strategie produttive nazionali.
Per garantire un futuro al comparto, Frescobaldi indica una strada che coniuga promozione e prudenza produttiva: “Questi risultati confermano le difficoltà del mercato del vino e dei suoi scambi commerciali, in contrazione per tutti i Paesi produttori. La maggior presenza sui mercati di sbocco ed emergenti, oltre alla riduzione della produzione, sono le due – contestuali – direttrici che il vino italiano dovrà perseguire. La situazione contingente ci impone di prendere atto che stiamo attraversando una fase nella quale non è solo necessario promuovere ancora di più il nostro vino, ma anche riconoscere che grandi quantità immesse sul mercato non aiutano a valorizzarlo. Dobbiamo puntare a un equilibrio tra domanda e offerta che consenta di sostenere il valore del vino italiano, tutelando il reddito delle imprese e la competitività del settore”.

