Meno bianchi italiani, più analcolici: come cambia la carta dei vini negli Stati Uniti

Il vino italiano negli Stati Uniti se la passa malissimo, e pure quando vende margina meno. Dati su dati lo dimostrano: le etichette della Penisola scarseggiano in favore di altre scelte.

Meno bianchi italiani, più analcolici: come cambia la carta dei vini negli Stati Uniti

È inutile, il vino italiano è destinato a convivere con un forte senso di scoramento. Non si fa in tempo ad uscire dai padiglioni di Veronafiere del Vinitaly che già bisogna fronteggiare l’ennesima brutta notizia, gli ennesimi dati che non ci permettono mai di aprirne una di quelle buone (contribuendo così anche a smaltire le sempre rigogliose giacenze di cantina): secondo i dati di Datassential riportati da Unione Italiana Vini (UIV), le carte dei vini statunitensi stanno riducendo clamorosamente il volume dei vini proposti.

Si parla di un -26% di etichette di vino rosso e addirittura37% di etichette di vino bianco. Il responsabile, neanche a dirlo, è il buon Trump coi suoi famigerati dazi, che tra l’altro sono stati giudicati illegali anche dalla Corte per il commercio USA. E uno vorrebbe augurare agli statunitensi la definitiva esclusione, con perpetuo consumo esclusivo di zinfandel nelle versioni rosso, rosato, bianco e financo spumante, qualora fossero capaci a farlo, ma la ragione consiglia di fermarsi e riflettere un momento su questi dati.

I numeri del vino italiano negli USA

Dall’entrata in vigore dei dazi ormai un anno fa, tra pronunce di incostituzionalità e nuove estensioni, il mercato dei vini italiani in USA si è drammaticamente indebolito, con un -17% a valore e 340 milioni di euro in meno nel periodo aprile ’26 – marzo ’26 rispetto a dodici mesi prima. Ad ogni modo, gli USA resterebbero il principale obiettivo dell’export enofilo, assorbendo ancora quasi un quarto delle esportazioni totali di vino italiano. Vino che, va detto, viene sottoposto anche a uno sconto di svariati centesimi al litro pur di provare ad assorbire l’impatto dei dazi, con il risultato di ottenere molto meno profitto a parità di volume di vendita rispetto a qualche anno fa.

Eppure, le difficoltà si fanno sentire chiaramente anche dall’altro lato dell’Atlantico: secondo gli importatori, distributori, produttori, ristoratori ed enotecari della United States Wine Trade Alliance (USWTA), i dazi hanno creato difficoltà enormi all’intero settore enologico americano (lo avevamo già analizzato sommariamente, commentando la crescita dei vini canadesi proprio a discapito di quelli americani). Una diretta conseguenza è dunque stata gestire l’affollamento dei vini nelle carte dei ristoranti, con la cospicua riduzione del numero delle etichette come conseguenza della crisi generale. Riduzione che ha riguardato principalmente i vini europei, che facevano la parte del leone nelle carte dei vini americane, con un margine lordo del 60%.

Il vino costa troppo? Let’s drink kombucha

Per cui, pur mantenendo una fascinazione per la sacra bevanda italiana, gli americani hanno cominciato a ridurre le quantità di vino e birra optando per tutta un’altra gamma di bevande: secondo un sondaggio Emarketers, il 33% degli americani dichiara di ordinare mocktail, mentre il 32% sceglie bevande non alcoliche alternative, come kombucha o bubble tea. Ora, queste magari non rientreranno sempre nei canoni del pairing perfetto con il cibo ma, a parte l’arbitrarietà dell’affermazione, attualmente esse rappresentano un’alternativa tanto attraente quanto solida, oltre ad avere un impatto social poderoso.

E casomai ci steste pensando, questa prerogativa non è solo affare della Gen Z. Che poi anche l’abbinamento cibo-vino è qualcosa di poco scientifico e molto cerebrale: sbagliate l’accostamento del vino col piatto che avete davanti e vi pentirete di esservi chinati ad allacciare le scarpe per uscire di casa.

Ecco dunque un’altra conseguenza dei dazi trumpiani: l’apertura a nuove bevande in luogo del vino, cosa che già aveva preso piede nel moderno fine dining e che sempre di più sta contaminando anche il resto della ristorazione. Un discreto colpetto in avanti all’evoluzione del gusto, con buona pace di chi non riesce ad accettarla in nome della tradizione, dell’autenticità, delle radici millenarie (che poi la kombucha è nata nel 221 a. C.).