L’abbondanza a volte può essere un problema. Lo sta imparando il Belgio, paese europeo noto per essere il centro amministrativo dell’Unione e soprattutto capitale mondiale delle frites o patatine fritte di cui è il principale esportatore. È proprio qui il nodo del problema, uno di quelli che mai si considererebbero tali: quest’anno in Belgio hanno troppe patate e smaltirle è diventato impossibile.
Il raccolto è stato inaspettatamente abbondante e i magazzini al momento strabordano di tuberi. Ditelo a un contadino del Seicento e pare un sogno. Invece nel 2026 avere troppe patate diventa un problema, soprattutto se nessuno le vuole. La colpa è dei mercati, soprattutto dei dazi voluti da Mr Trump che limitano di molto l’esportazione. Ma ci sono di mezzo anche i consumi, la guerra in Iran e la competizione con l’Asia.
Una marea di patate

Per i coltivatori di patate la stagione 2025-2026 è stata decisamente fantastica. Il clima favorevole ha generato raccolti da record che giusto l’anno precedente avrebbero fruttato più di tre miliardi di euro. Invece siamo qui, in un’annata davvero complicata che vede il mondo a ferro e fuoco, e l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno pare che siano proprio le patate.
Così, al posto di contare i mazzi di soldi, i produttori del Belgio si ritrovano a dover svendere o addirittura regalare le patate in eccesso. Per mesi il prezzo di una tonnellata di patate è stato zero, contro i 600 euro dell’anno precedente. Un disastro dunque, che diventa pure un problema quando i tuberi invenduti per troppo tempo iniziano a germogliare. Così le patate immangiabili diventano un rifiuto, e molti coltivatori sono costretti a buttarle.
I guadagni sono magri, e spesso sono ampiamente superati dalle perdite. Gli aumenti nei costi del lavoro, dell’energia e dei fertilizzanti hanno colpito duramente l’agricoltura europea e in particolare chi coltiva così a larga scala. Visto l’andazzo, molti produttori di patate hanno già deciso di ridurre l’area di coltivazione per proteggersi da crisi future.
Patatine in svendita

È un problema e quasi uno scandalo per il più grande esportatore al mondo di patatine surgelate. Se l’anno scorso il fatturato era stato di 3.3 miliardi di euro, oggi le cose sono molto diverse. Le tariffe di Trump mischiate alla guerra in Iran hanno provocato uno calo generalizzato nella vendita internazionale. Si registrano un meno 8 per cento in Europa e in USA, e un meno 11 per cento (in aumento) in Medio Oriente, dove evidentemente al momento le frites non sono una priorità.
I numeri non paiono catastrofici, ma basta fare un giro nei magazzini di invenduto per rendersi conto del danno. Tra i fattori che incidono maggiormente ci sono i rincari per energia e trasporti, su tutti quelli relativi alla refrigerazione. E laddove gli europei non riescono, subentra l’Asia. Nello stesso momento infatti si intensifica la competizione con i paesi asiatici, più disinvolti nella regolamentazione rispetto ai protocolli stringenti dell’UE e dunque più vantaggiosi nel prezzo finale.
L’ultimo ma non meno impellente problema per i produttori di patate è il cambiamento dei consumi. Le patatine fritte evidentemente non sono considerate un bene primario e i dati ci dicono che vengono consumate soprattutto al ristorante. Con sempre meno clienti (almeno in Europa causa inflazione che purtroppo conosciamo benissimo) molti contorni restano invenduti.
Aggiungiamoci infine anche il lento ma inesorabile effetto Ozempic, con consumatori poco affamati e meno desiderosi di prodotti in stile fast food. Per i coltivatori belgi il quadro della situazione non assomiglia più a I Mangiatori di Patate di Van Gogh. Piuttosto a L’Urlo di Munch, con mani nei capelli e decisamente poca speranza nel futuro.


