Al mondo non esiste un posto come il Giappone. Terra fortemente identitaria e storicamente isolazionista dove ci aspetta di parlare e mangiare esclusivamente giapponese. Alle altre cucine è dato poco spazio, e anche quel poco rischia di diminuire ulteriormente. Il governo di destra giapponese in carica da quest’anno infatti ha deciso di limitare il rilascio di visti di lavoro per gli immigrati, con regole che si fanno via via più stringenti. La fascia più interessata è proprio quella dei proprietari di piccole e medie imprese, su tutte i ristoranti a cucina tipica.
Così in Giappone molte cucine migranti rischiano di scomparire. La perdita potrebbe essere incommensurabile, specie per un paese che in realtà avrebbe disperato bisogno di persone dall’estero per svariati motivi, soprattutto sociali ed economici. Ma anche in campo culinario. La stretta sulle entrate in un paese che ha fatto della contaminazione gastronomica con altre culture la sua forza, integrandole e trasformandole nelle specialità giapponesi che tutti conosciamo e amiamo, pare davvero un controsenso.
Isolazionismo giapponese

È abbastanza chiaro che ai giapponesi non piaccia mescolarsi. Lo si intuisce innanzitutto dal generale senso di ordine e pulizia, e dalla precisione matematica con cui si rispettano le file, si mantengono le distanze e mai e poi mai ci si sognerebbe di passare col rosso. Da pedoni si intende, figuriamoci poi con l’automobile.
Ma ancora di più si capisce dal fatto che in Giappone sono tutti giapponesi, o quasi. Nelle isole dell’arcipelago nipponico vivono e lavorano soltanto quattro milioni di stranieri o gaijin, termine a sfondo dispregiativo usato per chi non conosce la lingua o gli usi tipici del paese e per questo non potrà mai davvero integrarsi. Costoro costituiscono soltanto il 3% della popolazione, un niente se pensiamo alle società multiculturali del continente europeo.
Non è un segreto dunque che le politiche giapponesi siano e siano state per secoli storicamente nazionaliste e isolazioniste. Si potrebbe anche azzardare a ipotizzare che il concetto di isolazionismo derivi proprio dal caso giapponese. Se ci pensiamo si tratta effettivamente di un’isola (o insieme di isole) che tiene moltissimo alla propria identità, e che ha sempre guardato con diffidenza ad agenti e influenze esterne.
Il nuovo governo di destra guidato dalla ministra Sanae Takaichi non fa eccezione. Anzi, rincara la dose con una serie di leggi cosiddette Japan First, prima il Giappone. Ricorda qualcosa? Da quest’anno le regole per ottenere certi tipi di visti legati a proprietà e gestione di piccole e medie imprese (business manager visas) si stringono, soprattutto sul piano economico. In pratica: se vuoi vivere in Giappone ti servono molti più soldi.
I detentori del visto sono circa 47mila, in larga parte immigrati da altri paesi dell’Asia, tipicamente subcontinente indiano e sud-est asiatico. Il business più comune per la fascia interessata è proprio quello dei ristoranti a cucina tipica. Con le nuove regole i costi si alzano parecchio: se prima per lavorare legalmente in Giappone bastavano 31mila dollari di capitale investito, ora ne sono richiesti 188mila. Sei volte di più, sull’unghia. Per molti si tratta di una cifra impossibile: l’unica soluzione è chiudere baracca e burattini e tornarsene a casa.
Contaminazioni gastronomiche

Le nuove regole sui visti dunque rischiano di far letteralmente scomparire le cucine migranti presenti nel paese. Eppure, maledizione, proprio i giapponesi dovrebbero saperlo che la contaminazione non è sempre negativa. Anzi, proprio l’opposto, soprattutto sul versante gastronomico.
Riflettiamoci un attimo. Molti dei piatti tipici giapponesi derivano da altre culture, fra cui quelli che consideriamo la base del menu nipponico. Banalmente il sushi, di origine cinese e derivato dalle tecniche di conservazione del pesce (i primi sushi non avevano il riso ed erano fermentati). I primi esemplari perfezionati in Giappone li troviamo solo a partire dall’Ottocento. Troppo indietro nel tempo? Ok, andiamo avanti.
Se avessimo visitato il Giappone cento anni fa non avremmo trovato il ramen. Esatto, il piatto oggi più iconico e comune, venduto in tutti i formati e in tutte le combinazioni, non esisterebbe senza gli immigrati cinesi di inizio secolo. Il tempura? Importato dai gesuiti portoghesi nel Seicento, in pratica una variante della frittura di pesce nostrana. Il curry giapponese? Non ci risulta che le spezie siano native del Giappone, e infatti anche lì c’è lo zampino dei britannici che a loro volta lo portarono dall’India.
E così via, ma tanto avete capito. L’isolazionismo non salverà il Giappone, né sul versante culinario, né tantomeno su quello sociale. Checché se ne dica gli immigrati sono essenziali, sia sul piano lavorativo (come forza lavoro di base) sia su quello demografico (come e peggio di noi i giapponesi sono un popolo in forte recessione che invecchia e non si riproduce). Gli elettori giapponesi di destra se ne accorgeranno presto, a partire dalla tavola. E in quel momento non gli resterà altro che piangere, sulla salsa di soia versata.



