In Italia si mangia sempre meno carne di cavallo (e presto potrebbe essere vietata)

Una nuova proposta di legge mira ad elevare lo status del cavallo ad animale da affezione, vietandone la macellazione.

In Italia si mangia sempre meno carne di cavallo (e presto potrebbe essere vietata)

Mangereste mai il vostro animale domestico? La risposta ovviamente è no, almeno fino a quando stiamo su cane e gatto. Per altre bestie lo status comincia a traballare a seconda di sensibilità, etica personale e cultura di provenienza. Che dire ad esempio del cavallo?  Il maestoso quadrupede affascina molti di noi per aspetto, intelligenza, prestanza sportiva. Altri tuttavia quando guardano al cavallo vedono solo una bistecca. In Italia è ancora così, nonostante i dati ci dicano che se ne mangia sempre meno. Anzi, presto la carne di cavallo potrebbe essere vietata del tutto grazie a una nuova proposta di legge presentata in Senato che dice stop alla macellazione.

Consumi in calo

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L’Italia è un paese meraviglioso, specie quando si parla di cibo. Abbiamo uno dei panorami alimentari più diversificati anche grazie alla varietà di prodotti che mangiamo. L’italiano è particolarmente onnivoro, e non si tira indietro di fronte a prelibatezze che in altre parti del mondo farebbero storcere il naso ai più. Il coniglio ad esempio, in molti paesi considerato animale domestico. Ma anche asino, lumache, rane, e ultimamente pure le nutrie. Il caso più eclatante di tutti però resta proprio il cavallo, la cui carne altrove resta un tabù alimentare di quelli pesanti e ingiustificabili.

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Un pizzico di sensibilità in più sembra essere arrivata anche qui. I dati degli ultimi quattordici anni dimostrano come consumo e macellazione del cavallo stiano calando inesorabilmente. Dal 2012 al 2025 si è passati da un totale di 4605 capi provenienti da allevamenti nazionali ed esteri a poco più di duemila capi. Di questi, 1445 sono italiani. In parole povere, non è più così comune ritrovarsi nel piatto la classica bistecca lunga, sottile e particolarmente “sanguigna”. La ricchezza di ferro infatti ne caratterizza il sapore molto forte, che probabilmente non va più tanto d’accordo con i palati delle nuove generazioni.

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Le regioni che per ora trainano il settore sono, guarda caso, quelle che vantano piatti tipici a base di cavallo (tolte ovviamente le versioni street food in panini e quant’altro che ritroviamo un po’ ovunque da nord a sud). Prima in classifica la Puglia (34,32%) che la realizza a pezzetti nel sugo o sotto forma di brasciole. Segue l’Emilia Romagna (20,3%) con la cavallina del Basso Lodigiano, stufata e mangiata con la polenta. Infine il Veneto (13,67%) che non sarebbe lo stesso senza la nota pastissada de caval del veronese.

La proposta di legge

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Fra consumi che calano, gusti che cambiano e soprattutto sensibilità molto più propense al trigger nei confronti di una carne “controversa”(lasciamo perdere la dissonanza cognitiva riservata agli altri animali domestici che continuiamo allegramente a mangiare) qualcuno ha deciso di fare qualcosa. Arrivano proprio in questi giorni in Senato due Pdl ad ampio spettro, vale a dire bipartisan. Le presentano Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (Avs) alla commissione Ambiente. Nel pacchetto è compreso anche un provvedimento a firma Michela Brambilla, la più nota parlamentare animalista.

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Le proposte riguardano innanzitutto lo status “giuridico” del cavallo. L’obiettivo è ottenere la dicitura Non Dpa, riservata agli animali non destinati alla produzione alimentare. Insomma, da (anche) cibo a esclusivo animale da affezione. E non riguarda solo il cavallo. Le senatrici puntano a inglobare come Non Dpa altri quadrupedi della stessa famiglia come pony, asino, mulo e bardotto. Entro due mesi dall’entrata in vigore sarà obbligatoria l’iscrizione al Registro Anagrafico per gli animali in questione, che di fatto non potranno più essere destinati alla macellazione.

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Con il cambio di status scattano anche le pene, pecuniarie e penali, per i trasgressori. La proposta di legge prevede reclusione da tre mesi a tre anni e multa da 30mila a 100mila euro. Pena che si inasprisce di un terzo nel caso le carni siano effettivamente immesse in commercio. Altre sanzioni (da 20mila a 50euro) per chi non ottempera agli obblighi di iscrizione. Previsto anche un “Fondo per la riconversione degli allevamenti di equidi” con incentivi economici fino a sei milioni di euro per permettere alle aziende interessate di reinventarsi.

La proposta arriva dopo un dibattito che durava da ben quattro legislature. Associazioni animaliste possono pronunciare un tanto atteso “finalmente” nei confronti di una causa che già nel 2023 aveva raccolto centinaia di migliaia di firme in petizione al governo per lo stop alla macellazione del cavallo. Per Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia, si tratta di un “passaggio politico rilevante e atteso. Il Parlamento ha deciso di affrontare una pratica crudele e opaca, che causa gravi sofferenze agli animali e pone seri interrogativi anche sul piano della tutela pubblica”.

È una sorpresa per qualcuno che gli allevamenti degli equini da macellazione siano un concentrato di abusi e sofferenza? Gli ultimi report, al pari di quelli legati all’industria avicola, suina e bovina, non tratteggiano scenari molto migliori. E dunque, almeno in questo caso, ben venga lo stop totale alla macellazione. Gli aficionados del cavallo se ne faranno una ragione, e magari impareranno ad apprezzarlo per il notevole esemplare che è. Vivo.