India, il dilemma del grano: venderlo o conservarlo per tempi peggiori?

La guerra della Russia in Ucraina ha messo in crisi l’approvvigionamento globale di grano, dato che i due paesi sono i granai d’Europa: per i grandi produttori del resto del mondo dovrebbe essere un buon momento per supplire alla carenza internazionale; ma la situazione può portare anche dei dilemmi. Come sta succedendo in India, che […]

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La guerra della Russia in Ucraina ha messo in crisi l’approvvigionamento globale di grano, dato che i due paesi sono i granai d’Europa: per i grandi produttori del resto del mondo dovrebbe essere un buon momento per supplire alla carenza internazionale; ma la situazione può portare anche dei dilemmi. Come sta succedendo in India, che da qualche tempo ha aumentato in maniera notevole esportazioni, ma adesso il governo guidato dal premier conservatore Narendra Modi si trova a dover rispondere a una domanda: continuare a vendere grano all’estero o conservarlo per uso interno in vista di tempi peggiori?

Nel 2020 New Delhi ha esportato 7 milioni di tonnellate e il dipartimento alimentare ha mantenuto l’obiettivo per il 2021 a 11 milioni di tonnellate. La Food Corporation of India (FCI) di proprietà statale ha 23 milioni di tonnellate di scorte di grano e ci sono possibilità che l’approvvigionamento di quest’anno possa superare i 17 milioni di tonnellate nel 2022-23. Ma questo sarebbe in calo rispetto alla cifra di 23 milioni di tonnellate nel 2021-22. D’altra parte, c’è stato un calo della produzione di grano del 6% a causa del caldo precoce. Quindi il valore totale delle esportazioni, secondo le stime del governo, si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di dollari.

grano

L’India, da sempre, è stata un grande esportatore di riso e ha raccolto ben 10 miliardi di dollari nel 2021-22; mentre non è mai stata un attore importante nell’esportazione di grano. Ora da un lato ci sarebbe la possibilità di entrare in mercati tradizionalmente dominati da altre nazioni, dall’altro lato c’è il timore di fenomeni climatici estremi  che possono da un momento all’altro mettere a rischio le coltivazioni di cereali. Inoltre in Cina e negli Stati Uniti è prevista una diminuzione del raccolto “a due cifre”, il che farebbe salire i prezzi alle stelle.