Influenza aviaria: i casi nel pollame e negli uccelli acquatici sono in aumento, sostiene l’EFSA

L'influenza aviaria continua a imperversare per l'Europa: l'ultimo rapporto dell'EFSA racconta di un aumento dei casi nel pollame e negli uccelli acquatici.

È una storia, questa, con cui a onore del vero dovreste avere già una certa familiarità (e se non è così significa che probabilmente avete passato gli ultimi mesi vivendo sotto una roccia – cosa che, francamente, vi invidiamo un poco); ma è altrettanto vero che rivederla riproposta in veste scientificamente formale, accompagnata dal sapiente rapporto dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (o, per gli amici, semplicemente EFSA), fa tutto un altro effetto. Una cosa è certa, la situazione è comunque preoccupante: l’epidemia in corso di influenza aviaria è ancora la peggiore di sempre, con focolai che spaziano dal Vecchio Continente alle Isole Galapagos e passando per Taiwan e Stati Uniti.

Influenza aviaria: una rapida occhiata al rapporto dell’EFSA

influenza aviaria

I dati riportati dalle autorità sanitarie sono per la stragrande maggioranza dei casi gli stessi di cui abbiamo già avuto modo di parlare e discutere. “Nel primo anno dell’epidemia, da ottobre 2021 a settembre 2022, sono stati notificati in 37 Paesi europei un totale di 2 520 focolai nel pollame” si legge nel rapporto. “227 focolai nei volatili in cattività e 3 867 casi nei volatili selvatici. Negli allevamenti interessati dal virus sono stati abbattuti circa 50 milioni di volatili”. Confermiamo (manco ce ne fosse il bisogno, in realtà) e ampliamo: si contano casi simili anche in quel d’Oltreoceano.

Quel che salta all’occhio dall’analisi dell’EFSA e che è particolarmente interessante da notare, tuttavia, è che “mentre il numero di segnalazioni di casi di virus HPAI nelle colonie riproduttive di uccelli marini è calato rispetto al precedente periodo di segnalazione (giugno-settembre 2022), il numero di casi negli uccelli acquatici e nel pollame è invece aumentato”. Parafrasando, la lettura proposta dalle autorità sanitarie è che l’aumento del numero di focolai infettivi, a cui abbiamo ampiamente rimandato fino a poche righe fa, sia legato alla propagazione del morbo tramite gli uccelli acquatici e le loro migrazioni.

“L’insolita persistenza dell’HPAI nei volatili selvatici e nel pollame per tutta l’estate del 2022” si legge ancora “indica che per la prima volta non c’è stata una netta separazione tra la fine del primo anno dell’epidemia e l’inizio della stagione HPAI di quest’anno, iniziata nell’ottobre 2022″. Una continuità che, per l’appunto, ha determinato una stagione epidemica grave come non mai.

Si segnala infine che l’ECDC, che ha contribuito alla stesura del rapporto in questione, ha concluso che ” il rischio di infezione per la popolazione umana dell’UE/SEE in genere è basso”; anche se si raccomandano misure di particolare cautela per gli operatori del settore. Vi ricordiamo, ad esempio, che poco più di un mese fa sono stati segnalati due casi tra gli esseri umani in Spagna – proprio tra dipendenti di un allevamento di pollame.

E il vaccino? Riportiamo nuovamente il rapporto delle autorità sanitarie: “L’EFSA sta valutando la disponibilità di vaccini contro l’HPAI per il pollame oltre che potenziali strategie vaccinali”. Vi ricordiamo, in questo contesto, che lo scorso maggio i ministri dell’agricoltura del Vecchio Continente hanno approvato in via ufficiale una potenziale campagna di vaccinazione contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità.