Le disavventure di BrewDog stanno ormai prendendo la piega di una narrazione seriale, in cui ogni aggiornamento porta un colpo di scena, quasi mai esente da strascico polemico. Eravamo rimasti con James Watt che, dopo la vendita del fu birrificio punk al gruppo statunitense Tilray per 33 milioni di sterline, aveva da poco annunciato una sua nuova avventura imprenditoriale: parliamo di “Second Best”, nuovo marchio che doveva essere di birra e che avrebbe dovuto rimborsare in qualche modo i soci di BrewDog e i piccoli investitori che avevano partecipato ai crowdfunding -più di 200 mila, rimasti senza nulla dopo l’acquisizione- promettendo la stessa quota che detenevano in precedenza, ma a titolo gratuito.
Secondo una recentissima indagine del Guardian però, Second Best non sarebbe solo un marchio di lager e IPA, ma la base per un piano per riprendersi il controllo dell’azienda che Watt aveva fondato. Un’operazione certamente ambiziosa, ma che, a quanto pare, sta venendo condotta in maniera non proprio ineccepibile, suscitando diverse proteste.
I problemi di privacy di Second Best
A creare la polemica è stato l’invio massivo di e-mail agli ex azionisti che ha scatenato un’ondata di proteste riguardanti la protezione dei dati personali. Molti destinatari si sono rivolti all’Information Commissioner’s Office (ICO), l’autorità britannica per la privacy, chiedendo come Watt fosse ancora in possesso dei loro recapiti. Tra questi c’è Marc Knox, un ex investitore che ha espresso chiaramente il proprio sconcerto: “Ho ricevuto l’e-mail domenica scorsa e ho quasi riso. Non stavo pensando di sporgere reclamo, ma ho parlato con un amico, ho guardato online e ho visto che cerano molte persone che dicevano la stessa cosa: ‘Come ha fatto questo buffone ad avere i miei dati?'”.
James Watt ha respinto con fermezza ogni accusa di irregolarità nel trattamento dei dati: “Una comunicazione è stata inviata ai miei colleghi azionisti di BrewDog a seguito di una consulenza legale, utilizzando dati ottenuti legalmente e in relazione ai loro legittimi interessi in qualità di azionisti”. Nonostante questa posizione, l’imprenditore non ha chiarito attraverso quali canali specifici sia rientrato in possesso dei contatti degli investitori.
La questione legale appare complessa e solleva dubbi sulla conformità al GDPR, la normativa europea che disciplina la protezione e il trattamento dei dati personali. Ravi Naik, direttore legale di AWO, ha commentato la situazione sottolineando l’importanza di un intervento delle autorità: “Posso capire perché le persone abbiano presentato reclamo all’ICO. Sembrano esserci domande a cui rispondere e l’ICO dovrebbe spiegare se intende intraprendere azioni su questi reclami. Le domande chiave riguardano il modo in cui sono state selezionate le persone che hanno ricevuto l’e-mail e se la campagna fosse conforme alla legge”.
Nel frattempo, la nuova proprietà di BrewDog, Tilray, ha voluto chiarire la propria totale estraneità all’iniziativa di Watt. Un portavoce dell’azienda ha precisato che la società “non ha acquisito i dati degli azionisti Equity for Punks come parte della sua acquisizione del marchio e dei beni di BrewDog; quel sistema di registrazione rimane sotto il controllo di BrewDog plc (in amministrazione controllata)”. La nota di Tilray prosegue con fermezza: “A scanso di equivoci, Tilray Brands (che opera come BrewDog) e il suo attuale team di gestione non hanno alcun coinvolgimento, affiliazione o responsabilità per le attività commerciali di James Watt, inclusa Second Best”.
Il portavoce ha inoltre aggiunto che “Tilray Brands non ha autorizzato, facilitato o partecipato alle comunicazioni che risulterebbero inviate agli ex investitori di Equity for Punks e non ha autorizzato l’uso di alcun dato acquisito per tali scopi”. Infine, per rassicurare il pubblico sulla gestione delle informazioni sensibili, l’azienda ha concluso: “Prendiamo la privacy dei dati con la massima serietà e possiamo confermare categoricamente che nessun dato in possesso di Tilray Brands è stato condiviso con entità esterne o ex direttori. Tutte le comunicazioni con la nostra base di clienti sono condotte in stretta conformità con il GDPR”. L’ICO, pur non commentando i singoli casi, ha confermato che tutti i reclami ricevuti saranno valutati secondo le procedure standard.
Inutile nasconderlo, James Watt è un personaggio controverso che non ha mai riscosso grandi simpatie tra il pubblico, e ogni suo tentativo di porsi come celebrità popolare non ha fatto altro che aggravare la situazione. Volendo concedergli il beneficio del dubbio e considerare questa operazione un tentativo sincero di per cercare di restituire valore ai piccoli azionisti rimasti fregati dalla vendita di BrewDog, a complicare ulteriormente le cose ci si mette un’esecuzione alquanto goffa, che getta ombre anche sul suo nuovo brand di birra. Non resta che attendere la prossima puntata.

