Sulla tristissima vicenda di René Redzepi e degli abusi al Noma, probabilmente, non è ancora stato detto tutto. Ed è fondamentale tenere alta l’attenzione sul tema, perché quello che è successo a Copenaghen, secondo le decine e decine di testimonianze raccolte da Jason Ignacio White, ex direttore del laboratorio fermentazioni del Noma, e poi riportate anche dal New York Times, non è qualcosa su cui possiamo chiudere gli occhi.
Abusi psicologici, ma anche fisici, con pene corporali, pugni, calci e maltrattamenti inflitti per un nonnulla, che però faceva infuriare lo chef. Un nonnulla come mettere la musica sbagliata, come riporta il primo dei racconti raccolti dal New York Times, quello di un sous chef che aveva messo in cucina della musica tecnho (“un genere che Redzepi detestava”), e per questo motivo era stato portato fuori al freddo, circondato da una quarantina di cuochi che lo hanno guardato in silenzio mentre veniva preso a pugni nelle costole da René Redzepi fino a quando, con un filo di voce, non avesse ammesso che amava praticare sesso orale ai Dj.
Un universo terribile, quello che viene fuori dai racconti dei testimoni coinvolti in questo #MeToo della ristorazione. Un universo fatto non solo di violenza, ma anche di silenzio e connivenza, di omertà e complicità, che hanno permesso che tutto ciò accadesse.
Gli abusi al Noma: davvero nessuno sapeva?

Un centinaio di persone, tra cuochi, personale di sala, stagisti (inizialmente non pagati, come aveva riportato anni fa in un’inchiesta il New York Times) e addetti alle procedure d’ufficio, dal marketing alla comunicazione, girava intorno al Noma. Un piccolo micro universo gastronomico, all’interno del quale regnava, evidentemente, un clima di terrore.
Un clima che lo stesso René Redzepi ha, almeno in parte, riconosciuto di aver creato, nelle scuse pubbliche non troppo tempestive fatte via Instagram. E non era neanche la prima volta che lo chef faceva una simile ammissione, in effetti.
“Sono stato un bullo per gran parte della mia carriera. Ho urlato e spintonato la gente. A volte sono stato un capo terribile”, scriveva René Redzepi in un articolo nell’agosto del 2015, dieci anni prima dello scandalo sugli abusi al Noma, raccontando tra l’altro di quella volta in cui era “impazzito completamente” nei confronti di “una ragazza colombiana che lavorava per noi e che mi piaceva molto”, perché lei aveva sbagliato qualcosa in un servizio con ospiti dei giornalisti importanti. In quell’occasione, raccontava Redzepi, il suo sous chef dell’epoca, Christian Puglisi, gli ha detto molto chiaramente che aveva oltrepassato il limite.
Quindi, qualcuno che sapeva, che ha perfino provato a fermarlo, a farlo ragionare, a cambiare quell’atmosfera tossica, c’era. Ci sarebbe da chiedere a Christian Puglisi perché non ha parlato (o denunciato) allora, e se parlerebbe ora.
Perché, con tutte queste persone che gravitavano nell’universo del Noma e che hanno assistito – oltre ad aver subito – al clima di violenze che evidentemente c’era, anche solo in parte, nel miglior ristorante del mondo, c’è da chiedersi come sia possibile che nessuno, prima di oggi, abbia pensato di denunciarlo al mondo.
Esiste davvero una “lista nera” degli chef?

E qui veniamo alla questione della famosa “lista nera”, che forse andrebbe approfondita di più. Perché se delle centinaia di persone che sono passate dalle cucine del Noma nessuna ha parlato, e anzi in molte hanno sostenuto che fosse un ambiente idilliaco e formativo, qualche motivo c’è.
A sentire le testimonianze, infatti, una delle armi utilizzate da René Redzepi per chiedere rispetto, obbedienza e silenzio era la minaccia di fare terra bruciata intorno al nome degli aspiranti chef che passavano da lui. Se non avessero fatto quello che gli veniva chiesto, se si fossero lamentati, sarebbero finiti in una “lista nera” di persone che gli chef internazionali non avrebbero mai più chiamato a lavorare. Ovviamente, chiunque si trovasse al Noma per uno stage o per un periodo di lavoro aveva l’ambizione di crescere nel settore, e dunque non voleva che il suo nome fosse legato a una nomea di quel tipo. Da qui, sicuramente, il clima di silenzio.
Ora però c’è da chiedersi se quella black list, che poi sarebbe finita nelle mani degli altri chef per decidere chi assumere e chi no, fosse un’invenzione di Redzepi o se sia realmente esistita. E nel secondo caso, davvero gli altri chef la utilizzavano per selezionare le candidature? Ed è possibile che in un sistema così complesso, fatto di raccomandazioni (lecite, peraltro), di centinaia e centinaia di nomi, di voci che certamente fuoriuscivano (per quanto flebili) dalle pareti della cucina del Noma, nessuno, neanche una persona, abbia sentito il dovere di mettere in discussione il tutto, di fare più domande, di denunciare?
Bisognerebbe tornare a interrogare i tanti che, all’indomani delle accuse di Jason Ignacio White, hanno sostenuto che al Noma fosse tutto bellissimo, sereno, sano, costruttivo. Come è possibile che non abbiano intuito non dico le violenze, ma anche solo un clima non troppo felice in un ambiente in cui, evidentemente, in molti sapevano cosa succedeva, o cosa è successo almeno fino a un certo punto della carriera di Redzepi?
La paura, certo, è un grande motore per il silenzio, ed evidentemente la minaccia di questa “lista nera” di paura riusciva a crearne un bel po’. Ma questo, probabilmente, è l’elemento più grave di tutta questa vicenda, che ha tristemente l’aria di non essere un episodio legato a un singolo, ma di essere in qualche modo l’ingranaggio di un sistema. Un sistema che se non è fatto di casi simili (si spera, almeno) è certamente fatto di non detti, di omertà, di consigli raccolti dalla lista nera di uno chef che è semplicemente impossibile che nessuno conoscesse nel suo lato più oscuro, tanto più che ne aveva parlato lui stesso pubblicamente già dieci anni fa.
È dunque tempo di un’ammissione di colpa e di una presa di coscienza collettiva, perché alla fine, forse, siamo un po’ tutti complici di René Redzepi.


