È successo. Le spiagge italiane sono finite sul Guardian per la questione dei panini mangiati in spiaggia. Dopo l’ultima vicenda, quella della mamma che portava di nascosto i panini per i suoi figli in uno stabilimento di Vieste in cui i gestori avevano vietato il consumo di alimenti propri, è partita la polemica, che è arrivata anche Oltremanica.
In effetti non siamo celebri all’estero per aver preservato il nostro litorale e quella della quasi assenza di spiagge libere sulle coste italiane, soprattutto in alcune regioni, è un problema annoso. L’Emilia-Romagna e la Liguria, dice il Guardian, hanno il 70% del loro litorale occupato da stabilimenti privati.
Per un lettore britannico la notizia è quasi “folcloristica”, ma si inserisce in una critica che il Guardian porta avanti da anni: l’Italia è uno dei Paesi europei con la maggiore privatizzazione delle spiagge. Ricordiamo sempre che una delle più belle spiagge di Saint Tropez è libera, come lo è la gran parte delle spiagge della Costa azzurra, e la stessa cosa vale per la Grecia, le Canarie, le Baleari, e così via… ovvero tutte le altre zone europee celebri per il turismo balneare.
La gentrificazione delle spiagge

Il caso Puglia però è ancora più complesso e non riguarda solo le percentuali di spiagge libere. Le spiagge pugliesi, nell’ultimo decennio, complice un nuovo lustro che la regione ha a livello nazionale e internazionale, si sono gentrificate, direbbero quelli che ne sanno. Cioè i lidi, incastonati in calette bellissime, vengono gestiti per essere dei piccoli microcosmi di lusso. Lettini a baldacchino, servizio all’ombrellone e, spesso, il chiosco sulla spiaggia non è un posto alla buona, ma ha intessuto qualche collaborazione con i ristoranti e i cocktail bar più celebri delle città costiere. Il risultato sono prezzi importanti non solo per l’accesso in spiaggia, ma anche per il consumo di cibo e bevande.
Lo stesso fenomeno, sia chiaro, non si trova solo in Puglia, ma esiste da molto tempo in parte del litorale toscano, in parte di quello ligure e di quello romagnolo. Ed è probabilmente in questa evoluzione posh delle nostre spiagge che dobbiamo ricercare la causa dell’accaduto, spiegazione che comunque mantiene tutto il lato grottesco della faccenda, anzi, se possibile, lo esalta. L’instagrammabilità del lido deve comprendere anche i suoi avventori, anche se questo compromette il loro relax. È il nuovo mondo, bellezza.
Ma torniamo al Guardian, che per commentare la vicenda italiana intervista Beatrice Bordo, villeggiante italiana presso la spiaggia Il Tirreno, sul litorale romano, che dichiara di aver speso 850 euro per l’ombrellone per tutta la stagione e di non avere alcuna intenzione di spendere anche per il pranzo, che lei porta al sacco. Inoltre, dichiara saggiamente, al bar dello stabilimento spende già per bevande, caffè e gelati. Il Tirreno, nelle foto pubblicate dal Guardian, appare come un lido un po’ fané, di quelli stile anni Novanta, senza particolari velleità e, infatti, secondo le fonti che abbiamo, nessun regolamento interno vietava il consumo di cibi propri. Chissà se la signora Bordo ha avuto delle conseguenze per le sue dichiarazioni, temo che lo scopriremo.
Quello che invece continua a non essere chiaro e su cui anche i giornalisti d’Oltremanica hanno soprasseduto è ilfatto che il regolamento interno dello stabilimento di Vieste, che vietava alla madre in questione, e a tutti gli altri bagnanti, di portarsi i panini da casa, è un regolamento la cui conformità è stata contestata dalle istituzioni pugliesi, in primis dal presidente della Regione Antonio Decaro. Potremmo definirlo illegale, ma ci vorrebbe il pronunciamento di un giudice. Comunque, ripetiamo tutti insieme: nessuno ci può vietare i portare il cibo in spiaggia.
