La raccolta notturna è la nuova normalità dell’agricoltura

Le temperature estreme rendono il lavoro nei campi impossibile negli orari canonici, e l'agricoltura sta cambiando di conseguenza.

La raccolta notturna è la nuova normalità dell’agricoltura

Per chi lavora nei campi, trovarsi in piena notte a bordo di potenti mezzi agricoli tra le coltivazioni illuminate dai fari sta ormai diventando la nuova normalità, una necessità imposta da un clima che sta cambiando i ritmi secolari dell’agricoltura. Ne dà conto Eleanor Gilbert, una giovane agricoltrice di ventiquattro anni sesta generazione della sua famiglia a lavorare la terra, che, intervistata dal Financial Times, racconta come lavorare con questi ritmi invertiti abbia un impatto profondo sul fisico e sulla mente dei lavoratori.

La sensazione descritta è quella di un disorientamento temporale. Come lei stessa afferma: “È quasi un po’ come avere il jet lag. Non puoi dormire nel bel mezzo della giornata; semplicemente non è normale”. Verso le dieci del mattino, Eleanor passa alla raccolta del grano e continua per diverse ore prima di concedersi appena due o tre ore di sonno, per poi ricominciare tutto da capo quando il sole è ormai tramontato, i racconti di questa nuova agricoltura notturna vengono da tutta Europa, Italia compresa.

La nuova normalità dell’agricoltura notturna

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In tutta Europa le ondate di calore stanno costringendo il settore a una radicale riorganizzazione delle attività, che va dalla copertura dei campi con reti ombreggianti fino al raffreddamento forzato delle stalle. In Spagna, nei pressi di Madrid, i coltivatori di patate hanno iniziato a raccogliere i tuberi solo dopo il tramonto, poiché estrarre il prodotto da un terreno surriscaldato ne comprometterebbe irrimediabilmente la qualità. Persino gli animali stanno cambiando le loro abitudini: in Corsica, gli allevatori di suini somministrano il mangime solo dopo il calar del sole, quando le temperature più fresche stimolano l’appetito degli animali.

In Italia, la situazione non è meno drammatica. Pietro Cifarelli, un veterano di sessant’anni che coltiva cereali e legumi ad Altamura, in Puglia, ha dovuto arrendersi alla forza brutale del sole estivo: “Dalle 11 del mattino fino alle sei o sette di sera, non si può fare nulla. Se tocchi un pezzo di metallo, ti bruci letteralmente le mani”. Oltre alla sicurezza dei lavoratori, c’è un problema di integrità del raccolto: i suoi ceci neri devono essere raccolti solo dopo che si sono raffreddati durante la notte, poiché durante il giorno i baccelli diventano così fragili che i semi si disperdono al minimo tocco della macchina.

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Oltre alla qualità dei prodotti, il lavoro notturno serve a prevenire i rischi di incendio. Con i campi ridotti a una distesa di stoppie secche e infiammabili, il calore dei macchinari può innescare roghi devastanti. La famiglia Gilbert ora tiene sempre a portata di mano cisterne d’acqua e coltivatori per creare barriere tagliafuoco improvvisate. Questi sforzi estremi non bastano però a compensare i danni economici: la siccità ha dimezzato i raccolti in molte zone, facendo lievitare i costi di produzione del grano da 150 a quasi 200 sterline per tonnellata.

Anche il settore zootecnico sta investendo cifre ingenti per proteggere il bestiame. Francesco Bracci, un allevatore del Lazio, ha visto la produzione di latte calare drasticamente a causa dello stress termico sofferto dalle sue mucche. Per tentare di arginare il problema, ha dovuto aggiornare costantemente le sue strutture: “L’anno scorso ho installato un sistema di ventilazione, ma con le temperature che ci sono ora, i ventilatori non sono più sufficienti. Quindi dobbiamo aggiungere qualcos’altro per sostenerli. Ho appena acquistato un sistema di nebulizzazione dell’acqua… L’acqua abbassa la temperatura all’interno della stalla”.

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Un investimento dettato dalla necessità, come sottolinea ulteriormente: “Ci stiamo adattando continuamente perché la nostra preoccupazione primaria è il benessere degli animali. Anno dopo anno, cerchiamo di adattare le stalle al clima che cambia in modo che gli animali stiano bene. Ma adattare le stalle significa affrontare costi molto elevati a causa del cambiamento climatico”.

La rapidità di questo cambiamento ha colto molti di sorpresa. Guy Singh-Watson, fondatore dell’azienda di ortaggi biologici Riverford nel Devon, ammette che la crisi è arrivata molto prima del previsto: “In un certo senso sapevamo che sarebbe arrivato, ma abbiamo sempre pensato che fosse un problema che probabilmente avrebbero dovuto affrontare i nostri figli. È successo molto, molto più velocemente”. Per decenni ha registrato date di semina e raccolto per prevedere le disponibilità per i clienti, ma ora quei modelli sono diventati inutili. La sua conclusione è amara: “Tutte quelle informazioni, potresti semplicemente strapparle e buttarle via. Semplicemente non hanno alcun valore”.

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Il costo complessivo di questa crisi climatica per l’agricoltura europea è stimato in circa 28 miliardi di euro all’anno, una cifra che potrebbe salire a 40 miliardi entro il 2050. Dan Fairweather, esperto di sistemi alimentari, evidenzia che il calore non riduce solo la quantità: “Non solo ne hai meno. È di qualità molto inferiore”. In un continente che sta affrontando quella che viene definita un’emergenza climatica a due velocità, tra grandinate al nord e siccità al sud, gli agricoltori europei sono ormai i guardiani notturni di una sicurezza alimentare sempre più fragile.

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