Il 2026 si sta rivelando un anno di sfide senza precedenti per l’equilibrio economico e ambientale mondiale: mentre il conflitto in corso in Iran continua a esercitare una pressione asfissiante sui mercati, spingendo i prezzi alimentari mondiali ai livelli più alti degli ultimi tre anni, un’ombra ancora più vasta si allunga dalle acque dell’oceano Pacifico. Gli scienziati e gli economisti osservano con crescente apprensione lo sviluppo di un ciclo meteorologico di El Niño definito super o addirittura Godzilla per la sua eccezionale intensità, un fenomeno che minaccia di scuotere le fondamenta della sicurezza alimentare globale fino al 2028.
Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti, il riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico centro-orientale ha superato una soglia critica, con una probabilità del 63% che le temperature superino di 2 gradi centigradi la norma entro la fine dell’anno. Questa alterazione dei modelli dei venti non è solo un dato statistico, ma il motore di un’ondata di calore, inondazioni e tempeste che promette di riscrivere le mappe della produzione agricola mondiale. In questo contesto, il termine “climateflation” è tornato prepotentemente al centro del dibattito economico.
La paura della climateflation e la crisi alimentare

Analizzando la situazione attuale, gli esperti della banca italiana UniCredit hanno sottolineato la gravità del momento in una nota di ricerca, affermando che “El Niño riporta la ‘climateflation’ all’ordine del giorno”. Gli analisti hanno poi aggiunto una riflessione che suona come un monito per le popolazioni del vecchio continente: “Le recenti ondate di calore in Europa ricordano che la linea di base climatica si sta già spostando. El Niño potrebbe aggiungere un nuovo livello di pressione nel corso dell’anno, poiché amplifica gli effetti del riscaldamento globale”.
La storia ci insegna che El Niño non è un ospite benevolo. Più di un secolo fa, un evento di portata simile scatenò siccità catastrofiche in Cina, Brasile, Egitto e India, portando a carestie che, aggravate dalle politiche coloniali, causarono milioni di vittime. Oggi, sebbene le tecnologie siano avanzate, la fragilità delle catene di approvvigionamento globale rende il sistema vulnerabile a quello che gli esperti definiscono un doppio shock simultaneo. Goldman Sachs ha previsto che la forza di questo evento potrebbe causare un aumento del 15,8% dei prezzi globali delle materie prime alimentari, con ripercussioni che si faranno sentire persino negli scaffali dei supermercati europei.
L’impatto di questo fenomeno, tuttavia, non è distribuito in modo uniforme sul globo terrestre. Come evidenziato dagli analisti di UBS, “El Niño non colpisce l’agricoltura in modo uniforme. Rimodella i modelli globali di precipitazioni e temperature, creando vincitori e perdenti regionali”. Mentre alcune zone potrebbero beneficiare di condizioni più calde, altre si trovano già in ginocchio. Gli stessi analisti hanno avvertito che il sistema è talmente teso a causa della guerra che “anche modeste interruzioni dell’offerta potrebbero innescare movimenti di prezzo più ampi di quanto i modelli storici potrebbero implicare”.
L’India è attualmente uno dei fronti più caldi di questa crisi. Le piogge monsoniche, vitali per l’agricoltura del subcontinente, si sono drasticamente ridotte. Gli analisti di Goldman Sachs hanno documentato la situazione con estrema precisione: “El Niño ha già iniziato a colpire i raccolti, determinando una stagione dei monsoni più secca in India, con alcune regioni che hanno registrato solo il 25% delle loro precipitazioni abituali, e parti dell’India centrale che hanno ricevuto solo il 50%, il che potrebbe influenzare l’offerta di grano, riso e canna da zucchero”.
Oltre al grano e al riso, la minaccia si estende a beni di consumo quotidiano come l’olio di palma, il caffè e il cacao. La diffusione di malattie favorite dal clima caldo e umido potrebbe colpire i raccolti per gli anni a venire, mentre le difficoltà logistiche nei canali e nei fiumi utilizzati per le spedizioni chiave rallenteranno ulteriormente la distribuzione. Il quadro delineato da UniCredit per il prossimo futuro è quasi apocalittico per quanto riguarda i costi: “Gli shock dei prezzi potrebbero raggiungere il 10-50% per le materie prime principali, mentre le colture più esposte – tra cui riso, olio di palma, zucchero e caffè – potrebbero aumentare del 50-100% o più“.
La conclusione degli analisti è un richiamo alla prudenza e alla gestione oculata delle risorse: “Il sistema alimentare entra nella seconda metà del 2026 con delle riserve, ma con poco margine di errore”. Il mondo resta dunque in attesa, osservando le acque del Pacifico e sperando che le barriere erette per mitigare l’impatto siano sufficienti a reggere l’urto di Godzilla.

