La sostenibilità della carne è tornata nelle agende politiche in Europa?

Mentre un rapporto FAO dichiara le quantità enormi di carne che mangiamo, qualche politico comincia a mettere il problema degli allevamenti in agenda.

La sostenibilità della carne è tornata nelle agende politiche in Europa?

Un rapporto della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), intitolato The Status and Outlook of Animal-Sourced Foods in Agrifood Systems e pubblicato il 5 giugno 2026 presso la sede della FAO a Roma, spiega che una persona media oggi mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto alla generazione dei nostri nonni.

Secondo i dati, la disponibilità di carne di pollame è passata da meno di 3 kg per persona nel 1961 a 17 kg nel 2022. Nello stesso periodo, la disponibilità di carne suina è raddoppiata fino a 15 kg per persona, mentre quella di manzo — l’alimento con il maggiore impatto climatico — è rimasta stabile a circa 9 kg per persona.

Sempre secondo lo stesso rapporto FAO, le emissioni responsabili del riscaldamento globale generate dal settore agricolo aumenteranno del 7,6% nel prossimo decennio e circa l’80% di questo incremento sarà attribuibile agli allevamenti. Inoltre la FAO ha rilevato che, in assenza di interventi pubblici, l’utilizzo di antibiotici negli allevamenti aumenterà di quasi un terzo nei prossimi quindici anni, con conseguenze potenzialmente molto gravi per la capacità di contrastare le malattie infettive.

Un rapporto importante, che sottolinea anche una severa diseguaglianza nell’accesso al cibo tra paesi poveri e paesi ricchi del mondo: nei primi l’accesso agli alimenti di origine animale è fortemente limitato dal reddito, mentre nei secondi il consumo è già molto elevato e le conseguenze non sono solo ambientali, ma riguardano la salute pubblica degli individui.

Tuttavia, a fronte di questi dati, il rapporto non prende posizione e non invita a consumare meno carne a livello globale. Un atteggiamento neutrale che è stato criticato da molti studiosi, i quali ritengono invece opportuno che la riduzione degli allevamenti intensivi entri nelle agende politiche delle nazioni più ricche.

Il caso della Danimarca

allevamento intensivo maiali

Mette Frederiksen ha vinto il suo terzo mandato consecutivo ed è stata confermata capo del governo danese. La sua campagna elettorale è stata incentrata anche sulla promessa che il suo esecutivo avrebbe adottato misure per «migliorare la vita quotidiana» degli abitanti del paese, animali compresi.

Poco prima delle elezioni, Animal Protection Denmark, la Danish Society for Nature Conservation, Greenpeace Danimarca e l’Associazione Nazionale contro le Fabbriche di Maiali hanno creato un’alleanza con quattro partiti di sinistra.

La Danimarca è il sesto esportatore mondiale di carne suina e negli allevamenti intensivi del Paese si producono circa 30 milioni di maialini all’anno, a fronte di appena 60.000 bambini nati ogni anno. Le scrofe vengono portate allo stremo delle forze, arrivando a svezzare anche 40 maialini l’anno; negli altri paesi con allevamenti intensivi si arriva mediamente a circa 31. E infatti la mortalità è altissima: circa 9 milioni di maialini muoiono ogni anno in Danimarca, oltre 25.000 al giorno.

Inoltre, gli allevamenti intensivi hanno trasformato alcuni territori della Danimarca in una sorta di fogna a cielo aperto e i liquami degli allevamenti, sversati nei campi, finiscono nelle falde e nei corsi d’acqua, inquinandoli.

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Una serie di articoli giornalistici, tre documentari televisivi e un battage di dati su questi fatti ha riportato all’interno dell’agenda politica il problema dell’allevamento intensivo, dando vita a quello che, secondo molti osservatori, potrebbe diventare il governo più verde della storia della Danimarca. Il nuovo programma di governo prevede: stop al taglio sistematico delle code; fine delle pratiche di allevamento estremo; più spazio per scrofe e maialini; una commissione incaricata di ripensare l’intero settore.

Chiaramente si tratta di un passaggio che non può che avvenire lentamente, in quanto si tratta di un comparto importante per l’economia della nazione. Tuttavia, gli ambientalisti sostengono che questo sia il governo più verde che la Danimarca abbia mai avuto.

Nel frattempo, l’industria della carne sta lavorando per mantenere la propria posizione dominante. A marzo i politici dell’Unione Europea hanno votato per vietare l’utilizzo di nomi come “bistecca” o “bacon” per prodotti vegetali alternativi. Negli Stati Uniti, inoltre, la campagna “Make America Healthy Again” promossa dall’amministrazione Trump ha incoraggiato apertamente un maggiore consumo di carne, in contrasto con molte raccomandazioni mediche.