Il nome Bryce Martinez probabilmente non dirà nulla a molti di voi, ma la sua storia rischia di avere una grande influenza nella vita quotidiana di moltissime persone nel mondo: tutto è iniziato con un dolore nell’area del cuore, inizialmente scambiato per un attacco d’asma, che lo ha portato nell’infermeria scolastica dove scoprì che a sua pressione sanguigna risultò così elevata da richiedere una corsa d’urgenza al pronto soccorso.
Fu lì che ricevette una diagnosi che lo sconvolse: diabete di tipo 2 e steatosi epatica, nota come malattia del fegato grasso. Bryce, che pur aveva sviluppato l’obesità fin dalla prima infanzia, non aveva mai avuto segnali che qualcosa non andasse e non immaginava nemmeno che un sedicenne come lui potesse contrarre certi disturbi. Uno shock ha messo in moto una serie di eventi che arriveranno fino al management delle più grandi multinazionali globali dell’alimentazione.
Il cibo spazzatura come il tabacco?
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Tornato a casa, Bryce non si è limitato ad accettare passivamente la sua condizione, ma ha iniziato a cercare risposte online, articoli e video per capire come fosse possibile che la sua salute fosse già così compromessa: scoprendo che i bambini americani vivono in ambienti alimentari disfunzionali, dove le opzioni meno salutari sono spesso le più economiche e accessibili. In un’epoca in cui i genitori lavorano sempre più ore, il tempo per la cucina casalinga è diminuito drasticamente rispetto alle generazioni passate e le aziende alimentari hanno colmato questo vuoto con cibi ultra-processati, pieni di ingredienti manipolati industrialmente, sale, zucchero, grassi e additivi che non si troverebbero mai in una cucina domestica.
Molti dei cibi con cui Bryce era cresciuto in Pennsylvania rientravano in questa categoria. Anche alimenti che sembravano innocui, come una ciotola di cereali pubblicizzata per i bambini con la promessa di fibre e nutrienti, erano in realtà carichi di zucchero. A scuola, i pranzi offrivano costantemente pizza, hamburger e mac and cheese. Quando tornava a casa prima dei genitori, Bryce prendeva spesso una scatola o una lattina dal freezer o dalla credenza per scaldarla nel microonde, accompagnando il pasto con succhi confezionati. Alcuni snack, come patatine e gelato, sembravano progettati appositamente per rendergli impossibile smettere di mangiare, un fatto per cui Bryce era abituato a colpevolizzarsi.
Con la maggiore età appena raggiunta, Bryce iniziò a comprendere che la responsabilità non era solo sua: decise quindi di intraprendere una battaglia legale senza precedenti, citando in giudizio undici colossi dell’alimentazione, tra cui Kraft Heinz, Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé USA, sostenendo che il consumo dei loro prodotti avesse causato le sue malattie croniche. Si tratta della prima causa per lesioni personali legata ai cibi ultra-processati. Nonostante il giudice federale abbia inizialmente respinto la denuncia per mancanza di prove specifiche che collegassero i singoli prodotti alle malattie di Bryce, i suoi avvocati non si arrendono e intendono presentare appello.
Il caso di Bryce si inserisce in un clima di crescente scetticismo pubblico verso l’industria alimentare. Kelly Brownell, ricercatrice di salute pubblica presso la Duke University, ha osservato amaramente la situazione: “Sono ormai 30 o 40 anni che la gente parla della natura tossica dell’ambiente alimentare, di come l’industria alimentare stia contribuendo a tutto ciò e delle politiche pubbliche che dovrebbero essere attuate, e non è successo quasi nulla”. Molti genitori condividono questo senso di frustrazione, sentendosi bersagliati da strategie di marketing aggressive. Ashley Gearhardt, esperta di dipendenza alimentare, ha dichiarato: “Come genitore, mi sento come se ci fossero avvoltoi aziendali che mi girano sopra la testa aspettando che io abbia una brutta giornata, così da potersi avventare e rendere mio figlio un fedele a vita al loro prodotto dannoso”.
Questa lotta richiama le storiche battaglie legali contro l’industria del tabacco. Proprio come i produttori di sigarette negli anni ’50 e ’80 respingevano le accuse puntando sulla responsabilità individuale, oggi Big Food affronta sfide legali che potrebbero portare alla luce documenti interni compromettenti,. Nel caso del tabacco, la scoperta legale rivelò che le aziende manipolavano la nicotina per creare dipendenza e miravano ai bambini, definiti pre-fumatori. Gli esperti ritengono che potremmo essere all’inizio di un’era simile per l’industria alimentare. Dr. Allan Brandt, storico della medicina, nota come il pubblico stia “diventando più opportunamente scettici sul fatto che l’industria agisca nel settore alimentare nell’interesse pubblico”.
Oggi, a vent’anni, Bryce gestisce le sue malattie con i farmaci, ma guarda al suo futuro con una preoccupazione che nessun giovane dovrebbe avere, chiedendosi se potrà mai permettersi l’assicurazione sanitaria necessaria per le sue cure. Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto sapere sul cibo quando era bambino, la sua risposta è stata una lezione di consapevolezza maturata nel dolore: “La convenienza alla fine ha un costo”. La sua speranza è che la sua azione legale possa spingere i legislatori a costringere le aziende ad agire nell’interesse della salute pubblica, garantendo che nessun altro bambino debba affrontare lo stesso percorso.

