Quello dei cibi ultra processati è uno degli argomenti centrali del dibattito gastronomico contemporaneo. Centrale e divisivo: impazzano difatti le opinioni e anche gli studi di segno opposto. Prendendo solo le ultime notizie: una ricerca dell’Università di Montreal afferma che quasi il 40% delle morti per malattie cardiovascolari sono riconducibili al consumo di Ultra Processed Foods (UPF). Dall’altro lato un Tribunale americano ha assolto i più famosi marchi internazionali come Kraft Heinz, PepsiCo, Coca-Cola e Nestlé dall’accusa lanciata da un cittadino di essere responsabili delle sue patologie (diabete di tipo 2 e steatosi epatica), nella più classica applicazione del principio correlation is not causation.
Un altro punto su cui infuria il dibattito è l’effettiva utilità della categoria “cibo ultraprocessato”. I critici del concetto sostengono che così si sposti troppo l’accento sul processo, appunto, e meno sul prodotto, trascurando il legame che c’è tra certi tipi di ingredienti e sostanze, e i rischi per la salute. I sostenitori della categoria UPF invece affermano che sono ormai innegabili i danni di questi cibi, che trasformano il corpo umano, addirittura rendendoci più stupidi, e che proprio come le sigarette sono stati progettati apposta per creare livelli elevati di dipendenza.
Il vero problema dei cibi ultra-processati è però un altro: la difficoltà di regolamentarli. Che va di pari passo con la difficoltà di definirli.
Che cos’è il cibo ultra processato
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Che cos’è il cibo ultra processato? Allo stato attuale, una definizione legale non c’è. Non c’è in Italia né in Europa, e non c’è neanche negli Stati Uniti, notoriamente all’avanguardia quando si tratta di schifezze: anzi la Food&Drugs Administration (FDA) ha affermato di recente che sta provando più difficoltà del previsto nell’elaborare il concetto. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità è al lavoro su una definizione, che non sembra prossima.
Il punto è che non esiste un concetto condiviso neanche a livello scientifico su quali siano i cibi ultraprocessati. L’inventore della definizione – e della classificazione NOVA che prevede quattro categorie che vanno dal minimamente processato all’ultra – è stato lo scienziato brasiliano Carlos Monteiro, che nel 2009 ha notato come i suoi concittadini stessero abbandonando i cibi tradizionali come riso e fagioli per buttarsi in massa su bevande e snack industriali, con preoccupanti conseguenze sulla salute.
Nella classificazione di Monteiro, il termine “ultra-processato” si riferisce a formulazioni industriali prodotte a partire da sostanze derivate da alimenti o sintetizzate da altre fonti organiche. In genere tali cibi contengono pochi o nessun alimento integrale, sono pronti per essere consumati o al massimo riscaldati, sono ricchi di grassi, sale o zucchero e poveri di fibre alimentari, proteine, vari micronutrienti. Esempi includono: snack confezionati dolci, grassi o salati, gelati, bevande zuccherate, cioccolato, dolciumi, patatine fritte, hamburger e hot dog, e crocchette di pollo e pesce.
Questa definizione è stata criticata perché mette sullo stesso piano alimenti molto diversi, quali una bibita iper zuccherata e il pane in cassetta. Sono state proposte negli anni definizioni alternative, sono attive varie app che misurano il livello di processato scansionando le etichette. E attenzione, adesso sta scendendo in campo Big Pharma: la Novo Nordisk, la multinazionale danese che si sta facendo i fantastiliardi con l’Ozempic, ha messo in campo un programma di ricerca biennale per arrivare a una definizione di cibo ultra processato che non parta da zero, ma tenga conto delle elaborazioni prodotte finora, s’immagina però con l’intenzione di superarle.
Una legge sui cibi ultraprocessati?
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Quindi allo stato attuale sarebbe possibile emanare una legge sui cibi ultra processati? Una regolamentazione simile avrebbe il primo problema di definire l’oggetto delle proprie norme. Il punto è che in certi casi è semplice perché la definizione è meramente quantitativa: prendiamo qualsiasi legge riguardi il cibo, per esempio le norme che vietano di mettere in commercio alimenti contaminati. Bene, una legge del genere cosa fa? Stabilisce una soglia: un livello numerico, scientificamente e oggettivamente misurabile, di una certa sostanza, superato il quale quel cibo non si può consumare. Per arbitraria che sia una soglia del genere – tutte le soglie lo sono – il risultato è obiettivo e non contestabile.
Una legge sul cibo ultraprocessato invece per forza di cose dovrà andare a infilarsi in questioni teoriche e discrimini qualitativi da spaccare il capello in quattro. Cosa si guarda? La complicazione nel “processo”? La quantità di additivi? La loro pericolosità?
Altra difficoltà di una simile regolamentazione: che cosa dovrebbe prevedere una legge sugli UPF? Le ipotesi sono le più varie: c’è per esempio il divieto di pubblicità, come per le sigarette. C’è l’istituzione di una tassa più alta, come per la cosiddetta e ormai upotica sugar-tax. C’è la possibilità di bandire certi cibi dalle mense scolastiche pubbliche, o addirittura di individuare una ristretta categoria da vietare del tutto.
E a proposito di categorie: non abbiamo neanche fatto in tempo a familiarizzare con l’idea di cibo ultra processato, che c’è già chi ha proposto una classificazione ancora più estrema, quella dei cibi super UPF. Auguri.